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porcile-6Non male, Binasco. Non male. Come sempre andiamo volentieri a vedere uno spettacolo che porta la sua firma perché sappiamo di trovare buoni attori, una storia, qualche scelta di regia capace di farci vedere il testo da una prospettiva inedita e interessante. Ed è così anche per Porcile di P. P. Pasolini, drammaturgia lirica alquanto spinosa, animata da una verve ideologica che, nelle mani sbagliate, potrebbe risultare letalmente noiosa. Binasco, invece, si muove bene tra i versi, la storia ha una solida concretezza, i personaggi vivono sulla scena. Porcile racconta di un’antica famiglia dell’alta industria tedesca, i Clopp, sopravvissuta alla seconda guerra mondiale commerciando prima cannoni e poi bottoni. Unico elemento che turba l’amaro ma necessario isolamento che la famiglia Clopp è costretta a vivere in virtù del suo status, è Julian, primogenito ed erede delle fortune di famiglia, vittima di laceranti conflitti che non hanno niente a che fare con quelli della maggior parte dei giovani della sua epoca. Siamo alla fine degli anni sessanta. In Germania chi ha voglia di libertà, giustizia ed uguaglianza, va a pisciare contro il muro di Berlino. Ma non Julian che rimane a casa, si assenta, allontana da tutto, incapace di capire fino in fondo le ragioni della sua infelicità. Unica consolazione una passione che lo riempie di disgusto e di diletto, un morbo del corpo e dell’anima che ha radici nel turbamento profondo di un uomo alieno a sé stesso e al mondo in cui vive, tanto da sembrare una punizione auto-inflitta per espiare le colpe di un epoca e di un’intera classe sociale ormai in declino. Non stiamo qui a raccontare il letterale e il metaforico di Porcile. Basta solo un accenno per cogliere lo spessore del testo di Pasolini. Quello che ci interessa è lo spettacolo e invitare gli spettatori a vederlo, per Pasolini, per alcuni momenti felici (le scene tra il Signore e la Signora Clopp), per qualche monologo di Julian particolarmente ben fatto. E’ bravo Binasco a lavorare con gli attori, lo sanno tutti, a rendere concreta anche la poesia più lirica ed ideologica. Ma non è un regista. E questo si vede. C’è sempre un senso di mediocrità e sciatteria nei suoi lavori. Ogni volta che vediamo un suo spettacolo abbiamo sempre l’impressione di trovarci di fronte qualcosa di non compiuto, lasciato a metà, come se il regista a un certo punto avesse tirato via e se ne fosse andato, lasciando la compagnia sul palco, con qualche indicazione sul senso generale di quello che dovranno interpretare, un abbozzo di personaggio e basta. Niente più. Ma sappiamo che Binasco alle prove ci rimane fino all’ultimo. Quindi qual è il problema? Siamo convinti che il problema sia (e non solo in Porcile) l’approccio al lavoro  che porta a soffermarsi troppo sul particolare (l’attore e la caratterizzazione) e la mancanza di una forte visione generale (qualità prettamente registica). Gli spettacoli di Binasco, alla fine, risultano essere un micro-sistema di trovate, spesso interessanti, e una carrellata di caratteri, interessanti anche loro, ma spesso pretestuosi. Non è il caso di Porcile ma ci ricordiamo la balia di Romeo e Giulietta che privilegiando un tratto spiccatamente comico, appiattiva il personaggio su un’unica, seppur giusta, tonalità. Gli attori ne sono felici perché fanno qualcosa di chiaro e originale da recitare, qualcosa che contribuiscono a creare secondo “le loro corde” (e i seminari di Binasco sono sempre stracolmi per questo), ma noi ci sentiamo di chiedere qualcosa in più. Va bene la concretezza anche nel mettere in scena testi complicati, l’originalità nella lettura dei personaggi, va bene la trovata di regia, qualche scena bella ed interessante, ma dov’è la visione generale? La presa di posizione sul testo e sul suo senso profondo? Tutto qua. In questo consiste la mediocrità di Porcile, mediocrità nel senso di equilibrio tra gli estremi che però è quasi sempre limitatezza dal punto di vista spirituale e morale. Binasco, va bene, bravo, vai avanti così. Ma magari accetta qualche regia in meno e concentrati di più. Forza, impegnati. Togliti il chiodo da “regista giovane, fico e amato dagli attori” e diventa un regista vero. Noi crediamo in te!

gussays(don’t)dothat!

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Come parlare a teatro delle conseguenze sociali della crisi economica? Come raccontare dei
comitati di lotta per la casa, alimentare il dibattito, tenere viva
l’attenzione sull’antagonismo di chi combatte quotidianamente per i diritti? ‘Nella
tempesta’ dei MOTUS, ultimo spettacolo della compagnia romagnola, in tour europeo dal 2013 prova a rispondere a queste domande. E non solo. Andiamo al Valle Occupato per una delle ultime repliche. Al momento
dell’acquisto del biglietto, ci viene data una busta di plastica dove
mettere una coperta o qualche aiuto da restituire alla città, intesa non come luogo
fisico ma come comunità. Bene. Ci sono i problemi, ci sono le
intenzioni, persone disposte a parlare e a fare qualcosa, un gruppo storico della
ricerca italiana… E poi c’è ‘Nella tempesta’, uno spettacolo che, sinceramente, ci
ha messo seriamente in difficoltà. Per molti motivi. Innanzitutto per la sua povertà intellettuale. Cosa intendiamo con ‘povertà intellettuale’? Nient’altro che un’ingenuità imbarazzante nel trattare temi che richiederebbero maturità e profondità di visione. Cosa fanno invece i MOTUS?
Tirano fuori un banale e pretestuoso parallelismo con Shakespeare, e lo infarciscono di frasette, sentenze, slogan della propaganda più naif e consolatoria. Il tutto aggravato dalla miseria di una messa in scena che vorrebbe celebrare un’essenzialità
estetica ma che diventa presto sciatteria condita dai peggiori cliché del presunto teatro di
ricerca. I maledetti disperanti cliché che vediamo da anni… Li conosciamo tutti:
monotonia dell’eloquio, frontalità esasperata, scritte, video, nudità etcetera etcetera. Mancavano
scotch e neon, o forse c’erano e non li abbiamo visti. Ma comunque… Credo che tutti abbiano capito di cosa stiamo parlando. Che
succede? Perché? Perché siamo andati a vedere i MOTUS e ci
siamo ritrovati improvvisamente di fronte alla clamorosa ingenuità di un adolescente idealista e dal temperamento artistico ma goffamente alle
prime armi? Perché questo è ‘Nella tempesta’: poco più di un saggetto di fine anno
di una classe di adolescenti che ha fatto teatro un’ora a settimana con l’insegnante di italiano. Un insegnante moralista, più interessato a impressionare genitori ben disposti e compiacenti piuttosto che trattare seriamente dei problemi.
Ancora ci risuona nelle orecchie il patetico demagogismo di slogan del tipo: ‘io so volare’, ‘voliamo tutti insieme’,
‘noi siamo il mondo’, ‘noi siamo liberi’ ‘gli altri sono cattivi e noi siamo buoni’ ‘soffriamo tanto tutti insieme per mano’ (non sono alla lettera ma il senso è questo, tutti tradotti in inglese e francese, perché
stiamo comunque facendo ricerca e siamo una compagnia internazionale). E poi citazioni da bacio perugina dei grandi maestri del teatro “ribelle” (Judith Malina),
tenuti in vita da un accanimento terapeutico culturale degno del conservatorismo più
rigoroso. Shakespeare detto (non recitato, ‘noi non recitiamo’, ‘non siamo attori’) in maniera agghiacciante da attori (?) che dovrebbero essere premiati col dono del mutismo più assoluto. Perché? Perché uno dei centri della controcultura contemporanea permette, anzi, ospita e caldeggia uno scempio del genere? Non lo sappiamo. Sappiamo solo che ‘Nella Tempesta’ è una messa in scena che
gira l’Europa e il mondo, acclamata da pubblico italiano e non. Dovrà pur esserci una ragione. siamo tutti vittima di un rincoglionimento generale, trasversale ad operatori, attori, registi, autori, pubblico? Non riusciamo a trovare una risposta. Sappiamo solo che l’impegno animato da sentimentalismo da parrucchiera dei MOTUS, getta una
luce cupissima sul reale antagonismo degli occupanti, sulla loro militanza, sul loro
impegno. Del rincoglionimento generale di artisti, operatori e pubblico, sappiamo da tempo, è davanti
agli occhi di tutti il terribile medioevo culturale che l’Italia sta attraversando. Ma il Valle? Sinceramente ci aspettavamo qualcosa di più, una
controtendenza rispetto al decadimento generale. E invece ci troviamo a constatare ancora una volta, i limiti di una gestione che
risente della malattia del sistema che vorrebbe combattere, una gestione che, a conti fatti,
propone alla cittadinanza una sorta di discount della controcultura,
dove si trova di tutto (dibattiti, diritti, cinema, teatro, danza, opera,
formazione…) ma dove niente ha realmente peso e qualità.
Finita la tempesta, usciamo. Fuori è bel tempo. La solita macchina passa suonando per farsi strada
tra la folla. Tutti guardano con odio quel simbolo del mondo infame che non rispetta le nostre identità e ci vessa,
quotidianamente. Ma una volta che la macchina è passata, si torna a fumare, a chiacchierare. E lentamente torniamo alle nostre vite.
Lo spettacolo dei MOTUS svanisce dagli occhi e dalle
orecchie. Siamo rassicurati in tutto e per tutto che siamo delle brave persone. Cogliamo anche qualche buon proposito per i giorni a venire: dobbiamo fare qualcosa… un mio amico fa save the children, lo dobbiamo chiamare… . Cose del genere. Rimane solo la busta data all’ingresso come biglietto. Cosa fare con una
busta di plastica di discrete dimensioni? La appendo in camera come locandina? Ci
metto una coperta e la porto a Roma Termini? Oppure ci metto da mangiare, magari qualche libro… Il dilemma è evidente sulle facce di chi si avvia verso Campo de’ fiori o
Trastevere per finire la serata. Nel dubbio, la maggior parte l’hanno buttata nella spazzatura.

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Leggiamo dal comunicato stampa:  Don Giovanni è un vampiro della vita. Dove vede amore si butta per nutrirsi e vivere, non credo per amare, ma per innamorarsi di quello slancio di amore  […] Lo spettacolo porta in scena il percorso di Don Giovanni che più che amare una donna ama il calcolo per conquistarla. Più che in cerca d’amore sembra ansioso di trovare un senso alla vita. Illuminato da queste geniali e innovative affermazioni, firmate Antonio Latella, andiamo a teatro curiosi di vedere la traduzione scenica di tanta innovativa acutezza intellettuale. Ci sediamo nella platea del Valle pronti ad emozionarci di fronte alla proverbiale profondità d’intelletto e d’animo di un artista pluripremiato. Aspettiamo trepidanti che tutto il pubblico prenda posto, felici di godere dell’originalità e della creatività di una compagnia che raramente si smentisce. 

Sul palcoscenico le quinte sono alzate. I muri del Valle sono l’unica scenografia, a parte una striscia di carta da parati che pende dalla graticcia, un tavolo e qualche sedia. Due attori con parrucca settecentesca attendono immobili sulla scena, con in mano dei giochi per bambini. Passano i minuti. Il pubblico è tutto seduto. Le luci di sala si abbassano. Comincia lo spettacolo.

Tre ore e venti minuti, più intervallo di quindici… Siamo di fronte alla bellezza più pura, proviamo finalmente la vera emozione estetica, quella per cui amiamo l’arte in genere, non solo il teatro: la meravigliosa e appagante sensazione in cui mente e cuore sono sopraffatti da continue ondate di senso e commozione. Per tre ore e venti minuti, più intervallo di quindici, ridiamo e piangiamo insieme agli attori, siamo con il protagonista dall’inizio alla fine, ne condividiamo le paure e le speranze, i dolori e le gioie. Diventiamo Don Giovanni. Lo vediamo agire, da lontano, ma dentro di noi, senza rendercene conto, ci sforziamo di sciogliere i suoi dubbi, di dare una risposta alle sue domande. Vorremmo aiutarlo, stargli accanto. Ci capita più di una volta di guardare chi è seduto vicino a noi. Nel buio della salsa cerchiamo di vedere se anche gli altri spettatori stanno provando le nostre stesse emozioni. Se anche altri sono toccati nel profondo quanto lo siamo noi. La magia del teatro… Siamo così fortunati a vivere un’esperienza del genere insieme ad altre persone. Siamo felici che il teatro abbia ancora un senso. Tre ore e venti minuti, più quindici minuti di intervallo, ci sembrano mezz’ora. E alla fine, dopo aver applaudito e restituito, a modo nostro, agli attori tutto quello che ci avevano generosamente dato, usciamo da teatro in silenzio, non solo stanchi e provati da un’esperienza così intensa, ma silenziosi e commossi per aver visto e toccato con mano, anche se solo per pochi istanti, qualcosa di noi stessi e dell’uomo che prima non conoscevamo, di aver visto manifestarsi sotto ai nostri occhi la bellezza. Grazie Latella. Grazie Caterina Carpio, Daniele Fior, Giovanni Franzoni, Massimiliano Loizzi, Candida Nieri, Maurizio Rippa, Valentina Vacca. Evviva la compagnia Stabile/Mobile!

Ci sarebbe piaciuto fosse andata così. Purtroppo no. Purtroppo è accaduto esattamente l’opposto. DON GIOVANNI A CENAR TECO, come tutte le altre inestimabili perle d’arte e di vita di Antonio Latella, è uno spettacolo che ha in sé tutti i sintomi della malattia che sta mortalmente fiaccando il già tanto martoriato corpo del teatro italiano. I sintomi della malattia sono semplici. Li elenchiamo nel caso che qualcuno conosca un qualche rimedio, una medicina sorprendente, un’invenzione miracolosa:

1) Gratuità. E intendiamo per gratuito uno spettacolo dove le scelte del regista (consapevoli o inconsapevoli), circa il testo,  le azioni sceniche e la cifra estetica generale non siano organizzate secondo un senso più o meno controllato, in funzione della restituzione di un significato (razionale, emotivo…) che debba raggiungere il pubblico. Nello spettacolo di Latella è evidente l’infelice processo creativo di tanti “artisti” che si siedono di fronte al palco con l’assistente vicino, gli attori pronti a lavorare, e poi vanno di pancia, dopo aver pensato, detto, discusso, alla fine fanno come cazzo gli pare, riproponendo sempre le stesse soluzioni, quasi dei cliché autocelebrativi che denunciano povertà d’animo e sostanziale cialtroneria intellettuale. Li vediamo questi brillanti artisti. Prendono un pezzo di Molieré e lo danno da imparare a memoria agli attori, fanno scrivere una poesia a una giovane drammaturga (under 30 perché ci piacciono i giovani) e la fanno cantare su un sottofondo di Raffaella Carrà mixata con Mozart. C’è qualcosa… L’artista si emoziona, ride, gli attori si divertono, si “sporcano” generosamente… E poi l’artista è un instancabile lavoratore… Solo una volta è uscito a prendere il caffè. Ma è bastata per avere l’idea geniale della sedia a rotelle… Un vecchio con l’Alzheimer passava e allora… Perché non metterci sopra un proiettore da cinema e puntarlo verso il pubblico durante i monologhi di Don Giovanni? E poi… Viene il giorno di riposo. L’artista vero lo accetta storcendo il naso. Un vero creativo non si ferma mai. La sua mente e il suo cuore viaggiano a un’intensità sconosciuta ai comuni mortali. La domenica vanno al parco e vedono un bambino giocare con dei dinosauri di plastica. Don Giovanni in fondo è un bambino… Genio! Genio! Genio! Tutto eccitato l’artista torna alle prove e portano una scatola di dinosauri agli attori per fare un’improvvisazione. Gli attori sorridono, lavorano generosi, senza chiedersi perché, per come… Stiamo lavorando con Latella… Vuoi mettere? Zitto e lavora. Il risultato artistico? Sticazzi. Sai i soldi, il tour, gli aperitivi, le scopate, l’altro lavoro… Questo più o meno il processo creativo del grande artista. E’ così che funziona. Lo sappiamo per certo. E i risultati sono purtroppo evidenti. E ci siamo dimenticati le parrucche, le puttane, i tacchi… (stiamo facendo un testo del seicento e vuoi che non usiamo le parrucche? Stiamo parlando d’amore e vuoi che non ci siano le puttane? E l’amore di questi tempi è oltre le differenze di genere e quindi fate largo all’omosessuale sui tacchi…)

2) Autoreferenzialità. E’ la naturale conseguenza della gratuità. Quando si prende un qualsiasi oggetto e lo si usa esclusivamente secondo il proprio arbitrio e per la propria esclusiva soddisfazione, è inevitabile trovarsi di fronte a enormi atti masturbatori, Lo sappiamo. Ognuno ha i suoi modi. Il processo creativo non ha regole. Alcuni grandi artisti hanno praticato con fierezza l’onanismo… E a noi pubblico, a noi fruitori d’arte è andata anche bene (ci vengono in mente alcuni episodi della Tragedia Endogonidia di Castellucci, alcuni spettacoli del primo Del Bono…).  Ma quando all’atto masturbatorio corrisponde un bassissimo profilo umano e intellettuale, lo spettacolo può diventare insopportabilmente agghiacciante. L’istinto creativo è smascherato da un’evidente casualità, tutto quello che abbiamo di fronte può essere tranquillamente sostituito con qualcos’altro senza che cambiare nulla nella sostanza. Se il proiettore fosse entrato su un Ape Fiat non sarebbe cambiato nulla. Anzi, alcuni critici fedeli seguaci della moda, avrebbe gridato al genio. Se invece dei dinosauri ci fossero stati Playmobil… o se Sganarello avesse a un certo punto, brandito un mazzo di dildo di gomma… Cos sarebbe cambiato? Niente… E’ l’artista. E’ Latella. E’ un provocatore, uno che prende la tradizione e la ribalta. E’ coraggioso… gli attori lo amano… c’è teatro in quello che fa… non tutto bello ma alcuni momenti… Ma per piacere. Ma di cosa stiamo parlando?

3) Già visto. Tutto lo spettacolo è un lungo e insopportabile deja vu, con la straziante aggravante dell’autocitazionismo, sintomo che contagia molto facilmente. Lo ritroviamo in molti altri “artisti” figli della moda (Ricci/Forte ad esempio). Siamo convinti che solo chi lavori veramente riesca a essere originale, a portare qualcosa di vivo agli spettatori e alla propria arte. Che significa lavorare veramente? Ogni artista (senza virgolette) ha un suo metodo, ma i risultati sono evidenti, oggettivi. Di sicuro non capita con Latella e con chi, come lui, macina una produzione dietro l’altra. Quanti spettacoli ha fatto Latella negli ultimi anni? E cosa ha in programma adesso? Una decalogia sulla menzogna? Uno studio a cento puntate sulla cultura pop americana? La rivisitazione dell’intero corpus delle tragedie classiche? Quanto sarà in scena? Quanto ancora ci delizierà la sua arguzia? Quanto ci toccherà la sua anima? Siamo scossi dai brividi al solo pensiero… e facciamo più di due passi nella stanza dove stiamo scrivendo per evitare di piangere… Poveri, poveri noi…

4) Offensività. Uno spettacolo come questo di Latella suona sempre come un insulto, un vaffanculo, o in alcuni casi come uno schiaffo, un pugno, una pedata nelle palle. Ci salviamo da ogni tipo di violenza perché ce ne andiamo da teatro all’intervallo (quello che ha fatto metà della platea).

Uscendo guardiamo la biglietteria perché vorremmo che ci venissero restituiti i soldi. Ma non c’è nessuno. Anche dalla biglietteria sono quasi tutti scappati. Quindi ce ne andiamo. Fuori piove. Abbiamo l’ombrello, per fortuna. Uscendo di casa ci eravamo ampiamente preparati al peggio…

gussaysdontdothat!

ImmagineIl vero nome di Don Backy è Aldo Caponi, quello di Tony Renis è Elio Cesari, Red Ronnie si chiama in realtà Gabriele Ansaloni, mentre Little Tony alle elementari rispondeva all’appello col nome di Antonio Ciacci.

Che c’entra questo con lo spettacolo EXIT? Con la nuova commedia brillante (così recita la locandina promozionale del Teatro Eliseo) di Fausto Paravidino?

Paravidino è un imitatore, si sa. Lo dice lui stesso senza nascondersi, onestamente. Quando scrive un testo prende un modello (Woody Allen, Fosse, Cechov) e lo copia. Lo copia bene. Molto. Si può dire tutto di Paravidino tranne che non sia un uomo che il teatro lo conosce e lo sa fare, come autore, regista, a volte anche come attore. E’ un ottimo “facitore” dotato di intuito, istinto, sensibilità e intelligenza teatrale e volesse iddio che ce ne fossero come lui. Perché se l’ABC teatrale che lui possiede fosse condiviso per deontologia da tutti i teatranti, di palco e non, avremmo di fronte una scena viva e interessante.

Detto questo ci sono osservazioni che vorrei condividere. Prima di tutto il nome (e qui torniamo all’incipit e lo spieghiamo meglio). Fossi in Paravidino lo cambierei. Non dico per sempre. Trovarsi uno pseudonimo e tenerselo per tutta la vita è sicuramente fuori moda. Oggi siamo in contesti, come si dice, “liquidi” dove le mode passano, le influenze cambiano da un giorno all’altro e quello che tira sul mercato è deciso stagionalmente. Quindi farsi uno pseudonimo potrebbe essere rischioso. Possiamo guardare solo con ammirazione e invidia il coraggio di Don Backy o Red Ronnie a mettersi per tutta la vita quell’etichetta lì, da americanofilo o brit dreamer.

Meglio cambiare nome spettacolo per spettacolo, questo Paravidino potrebbe farlo, dovrebbe farlo. Anche per onestà intellettuale. Gli diamo qualche suggerimento, confidando nelle migliori soluzioni che la sua abilità di drammaturgo possono trovare. Paravidine (pronuniciato paravidain) per le imitazioni di tutto il teatro di area anglofona, Paravìdovic per le imitazioni dai paesi dell’est europa o dell’ex Unione Sovietica, Paravinsen per le copie made in nord europa. E il mondo è grande, ci sono molte drammaturgie sconosciute. Quindi… forza Fausto! Noi crediamo in te… Vivere in Italia è un po’ come stare a in Gambia, in Oman, teatralmente parlando. Quindi spero vivamente, che, per la nostra crescita culturale, per ampliare le nostre vedute, lo Stabile di Bolzano continui nella sua opera di promozione della cultura estera attraverso l’opera di quel fine e abile imitatore che corrisponde al nome di Para-qualcosa (pensate sia un caso che in greco antico parà sgnifichi accanto, circa, dalla parte di, presso…?).

Immaginiamo un dialogo con l’intellettuale Para-qualcosa, da sempre disposto al dibattito, come tutti gli abili e instancabili pensatori. La prima obiezione ce la immaginiamo facilmente. Il lavoro su modello, su un genere di riferimento, consciamente o inconsciamente, è un procedimento connaturato al fare creativo. Siamo d’accordo. Ma perché non dichiararlo? Quando abbiamo di fronte i risultati… Perché ostinarsi a dirsi artista? Enfant prodige? La critica… Non si accorge della mistificazione? Perché non la denuncia? C’è una bella differenza tra Lucio Battisti e Little Tony, no? Tra Elivis Presley e Bobby Solo, no? Paravidino non è come Little Tony o Bobby Solo, perché è sua la prerogativa di cambiare spesso genere, è camaleontico… Ma il risultato artistico dei suoi lavori è molto simile. Spettacoli ben fatti ma niente di più. Cover che sono solo la pallida versione dell’originale… E uscire dai suoi spettacoli è un po’ come canticchiare Pregherò, ti piace e ti da soddisfazione, in alcuni punti ti commuove anche perché ti ricorda qualcosa, l’infanzia, tua madre, ma poi quando sei solo nella tua stanza, e ti viene la voglia, metti Stand by me.

Ma veniamo allo spettacolo. EXIT è una commedia sentimentale di cui Para-qualcosa ha scritto il testo e fatto la regia. In scena quattro eccellenti attori, tutti ben scelti e ben diretti: SARA BERTELA’, NICOLA PANELLI, DAVIDE LORINO, ANGELICA LEO. Due uomini e due donne che raccontano le vicende di due coppie alle prese con i problemi dello stare insieme oggi, dell’avere una relazione sentimentale ai tempi di una crisi che più che essere economica è identitaria ed esistenziale. L’intreccio è semplice e ben scritto e il racconto procede fluidamente attraverso “stanze narrative” che si incastrano l’una nell’altra, suddivise in tre sequenze più ampie individuate dalle scritte al neon AFFARI INTERNI, AFFARI ESTERI, EUROPA che si integrano bene con una scenografia gradevole. La conclusione tarda un po’ a venire e il finale è poco felice e non regge il ritmo dello spettacolo ma comunque, alla fine delle vicende delle due coppie è chiaro l’intendo di Para…., è evidente dove voglia andare a parare: il nostro essere in Europa non dovrebbe riguardare solamente questioni politico-economiche ma dovrebbe suggerirci anche nuove modalità dello stare insieme, nuove possibilità di relazione oltre alle convenzioni e alle abitudini consolidate.

Tutto chiaro, semplice, efficace. Si potrebbe appuntare che EXIT non dice niente di nuovo, non rinnova il genere, che nell’appropriazione non c’è nessun arricchimento ma semmai banalizzazione, che il mondo che descrive Para…. sia paradossalmente datato, che quelli che vediamo in scena siano gli stereotipi di una borghesia intellettuale di qualche decennio fa, ma non vogliamo dilungarci su questioni di contenuto. La sua commedia brillante alla Woody Allen ha colto nel segno, il pubblico apprezza e la copia è perfettamente riuscita.

Quello che ci deprime un po’ è andare a teatro e ascoltare per l’ennesima volta Pregherò invece di Stand By Me, di essere andati a vedere Elvis Presley e di esserci trovati di fronte Antonio Ciacci (Little Tony), di esserci ritrovati ancora una volta immersi nel fosco medioevo del provincialismo Made in Italy. Tutto qua. E il denunciarsi falsario non rende meno amara la questione.

gussaysdontdothat

ImmagineCrediamo che in tutte le epoche, accanto a una produzione artistica di buon livello destinata, poi, a durare negli anni e a influenzare le generazioni successive, ci siano state produzioni mediocri e di scarso valore artistico. Crediamo anzi che, in ogni epoca, la maggior parte dell’offerta artistica sia stata mediocre e che solo in alcuni rari casi e in condizioni particolarmente favorevoli, alcuni artisti abbiano dato vita a esperienze estetiche di qualità e di alto profilo. Ma crediamo anche che quello che sta succedendo negli ultimi anni sia decisamente preoccupante per la gravità di una decandenza culturale che, a questo punto, temiamo invasiva e irreversibile.

Facciamo questa considerazione dopo aver visto LA RIVINCITA di Michele Santeramo con regia di Leo Muscato, in scena al Teatro Valle Occupato fino al 20 di gennaio. Uno spettacolo scritto da un autore del 1974, quindi relativamente giovane, vincitore del Premio Riccione 2011 con un altro testo (Il guaritore).

Andiamo a teatro curiosi di conoscere un autore, un regista e una compagnia (Teatro Minimo) che non conosciamo, in un contesto, il Valle, che si
sta distinguendo per il suo antagonismo e per l’originalità delle sue proposte.
Ben disposti dal riconoscimento ricevuto da Santeramo (il Riccione era, comunque, un premio che consideravamo, fino a ieri, garanzia quantomeno
di di teatro dotato di un minimo di interesse) ci sediamo in platea e ascoltiamo gli appelli degli occupanti a sostenere la loro causa votando il loro progetto Crisi 2.0 al bando Che fare
che promette centomila euro di finanziamento per un progetto culturale che, dicono quelli del Valle, in caso di loro vittoria, sarà interamente decicato
alla drammaturgia italiana contemporanea. L’obiettivo è quello di fare del Valle un centro di ricerca, di formazione e di produzione drammaturgica all’avanguardia,
dove gli allievi/autori saranno addirittura pagati per formarsi e scrivere. Benissimo. La scrittura è sicuramente uno dei problemi cruciali del teatro italiano. Lo è sempre stato. Quindi è ottimo
che si cerchino soluzioni, che ci siano proposte alternative alle istituzioni ufficiali da cui oramai non ci si aspetta più niente.
Evviva. Qualcosa sta accadendo.

Poi però inizia lo spettacolo (tra l’altro primo esperimento di lunga programmazione fatto al Valle. Per la prima volta gli occupanti ospitano uno spettacolo per più
di quattro repliche e, coerenti alle loro posizioni, lo fanno con un testo di un giovane drammaturgo italiano insignito del più prestigioso premio nazionale di drammaturgia).

Poi però inizia lo spettacolo.

Questa in breve la trama (che, confessiamo, facciamo molta fatica a riassumere).
Da qualche parte in Puglia due fratelli, piccoli proprietari di terra, sono alle prese con i problemi dovuti alla recentissima crisi economica.
Cercano in tutti i modi di fare soldi e di continuare a fare una vita dignitosa.
Uno dei due vende pezzi del suo terreno a una qualche industria perché ci nasconda rifiuti tossici, l’altro è vittima di un esproprio perché non ha le conoscenze
giuste per evitare che una ferrovia di nuova costruzione passi proprio in mezzo ai suoi campi. I due fratelli non se la passano
per niente bene. L’ultimo dei due è addirittura in causa con l’industria con cui fa affari
il fratello perché proprio i rifiuti tossici nascosti nella sua terra lo hanno reso sterile. Proprio quando sua moglie fa questione di vita o di morte l’avere un bambino.
Allora lui cerca di accontentarla e va in una clinica privata
sottoponendosi a una cura che aumenta il numero medio degli spermatozoi. Ma la cura costa molto, novecento euro al mese. Allora il fratello sterile va da uno strozzino e si fa fare un prestito che
puntualmente non riesce a restituire. Allora scappa e si nasconde. Il fratello fertile nel frattempo fa il lavoro al posto suo, gli risolve i problemi. Vale a dire
gli mette in cinta la moglie. Il fratello sterile torna, sospetta qualcosa, ma arriva la notizia che ha vinto la causa con l’industria dei rifiuti tossici con cui fa affari il fratello fertile
e ottiene un rimborso di ventimila euro per la sua sterilità. Ma l’industria scopre che il fratello sterile ha appena avuto un figlio quindi gli fa a sua volta causa per avere
la restituzione della somma. Tragedia. Adesso il figlio c’è, i soldi per mantenerlo anche ma si sta per perdere di nuovo tutto.
Nel frattempo la moglie del fratello fertile scopre il tradimento del marito e chiama l’assistente sociale che toglie il figlio al fratello sterile e sua moglie…

A questo punto ce ne siamo andati. Non sappiamo come va a finire. Ma non importa. Sappiamo che mancavano una ventina di minuti alla fine e chissà che cos’altro avremmo visto…

Vi renderete conto anche voi che succedono molte cose. Troppe. Sembra di raccontare la trama di una fiction a puntate o di una telenovela, più che quella di uno spettacolo di teatro.
E come in tutte le telenovela, quando succedeno molte cose (per tenere sempre viva l’attenzione del pubblico, per stimolarlo continuamente diffidando e schernendo le sue
capacità cerebrali), è inevitabile una certa superficialità nel trattare gli argomenti ed è inevitabile cadere nei cliche più abusati e più deprimenti.
Se guardi una telenovela questo lo metti in conto.
Lo accetti. Fa parte del gioco. Puoi lavare i piatti e parlare al telefono mentre guardi una
telenovela. Puoi perdere tre puntate senza accorgertene tanto non ti interessa seguire la storia quanto distrarti, avere una vaghissima idea della trama.
Tanto succedono sempre le stesse cose e ci sono le musichette didascaliche che ti fanno capire tutto, quando devi piangere, ridere, sospettare.
I personaggi di una telenovela sono monodimesionali. Fanno esattamente le cose che ti aspetti. E mentre lavi i piatti vuoi vedere quello che ti aspetti, sapere quello che già sai.

Ma cosa c’entra tutto questo con il teatro? Cosa c’entra con un il premio di drammaturgia più prestigioso che abbiamo? Cosa c’entra con l’antagonismo culturale del
Teatro Valle Occupato e con le sue battaglie per una nuova drammaturgia?

Cosa c’entra?

E aggiungiamo che LA RIVINCITA non solo è una telenovela scritta male, piena di scene inutili e tirate via, pateticamente moralista, inutile,
imbarazzante per buonismo e luoghi comuni (non dobbiamo mai perdere il sorriso… non ci rimangono nemmeno i soldi per comprare la corda e impiccarci… COSA? STIAMO SCHERZANDO?), ma
in alcuni momenti sembra addirittura un cinepanettone per lo squallore e la scontatezza delle battute che vorrebbero strappare la risata
e alleggerire l’atmosfera (non dobbiamo mai perdere il sorriso.. MA FINITELA!). Se a un certo punto dello spettacolo (ad esempio nelle splendide scene del barista strozzino o dell’infermiere gay)
venisse fuori Massimo Boldi che fa le pernacchie con la mano sotto l’ascella, nessuno farebbe una piega.

Ma che stiamo scherzando?

Nemmeno la vecchietta più berlusconiana e più rincoglionita da anni di Maria De Filippi è tanto banale e conformista quanto lo è Michele Santeramo.
E anche lo sceneggiatore più ingenuo sa che il principio del conflitto crescente (desiderio del personaggio
/divario/nuovo desiderio) sovrano in ogni storia drammatizzata non è sinonimo di: ecco i nostri personaggi… adesso mettiamoli in mezzo a un gran troiaio, che peggior scena dopo scena.

Ma che stiamo Scherzando?

Il tutto confezionato da una regia inesistente, dove niente è motivato da niente (luci, musiche, scenografie, costumi). Immaginiamo che l’unico imperativo del regista sia stato:
Ritmo! Succedono tante cose e dobbiamo andare avanti senza fermarci mai! Entrate la dite veloce e uscite. Fino alla fine. Forza! Memoria! Avete fatto memoria?
Dovete avere una memoria ferrea! E’ la cosa più importante.

Imbarazzante.

Imbarazzante per il Premio Riccione che un autore del genere rimanga negli annali dei suoi vincitori.
Imbarazzante per il Valle parlare di drammaturgia dopo aver ospitato uno spettacolo del genere. E leggiamo proprio adesso che
Michele Santeramo farà, sempre al Valle, un laboratorio di drammaturgia e un’altro ne farà al Teatro I. Spero solo che i partecipanti vedano lo spettacolo prima di iniziare i seminari
e si preparino a quello all’incontro con questo geniale poeta della scrittura drammatizzata.

In chiusura, un consiglio al Valle Occupato. Avete bisogno di un comitato di valutazione artistica. Dovete valutare meglio quello che proponete. Rischiate di perdere il
credito che vi siete duramente conquistati in questi mesi.

gussaysdontdothat!

ImmagineUna ragazza (SILVIA GALLERANO), seduta su uno sgabello gigante, completamente nuda e con un microfono in mano, accoglie il pubblico del Valle. Quando tutti hanno preso posto (sul palco, a pochi metri dall’attrice), le luci lentamente si abbassano. Qualche colpo di tosse, il solito ritardatario che aspetta l’ultimo istante per entrare e via. Parte il monologo.

La ragazza comincia a raccontarci episodi della sua vita di giovane donna del giorno d’oggi (senza più famiglia, radici, valori di riferimento, con problemi identitari, sull’aspetto fisico, l’ansia costante di dovercela fare ma senza capire bene che cosa e perché etc…). La cornice entro cui parla, il pretesto drammaturgico
che è anche la metafora dentro la quale racconta di sé, è un provino che ha appena fatto (quindi la ragazza fa di professione l’attrice) per uno spot pubblicitario che deve celebrare il 150° dell’unità d’Italia.
Provino di cui ancora non si conosce l’esito ma che mette in moto tutta una serie di riflessioni sul paradosso dell’essere, oggi, donna (e uomo) in occidente (l’Italia alla fine c’entra poco).

Tutto molto semplice, di facile lettura e facile fruizione. Un monologo classico, nella piena tradizione del teatro di parola, italiano ed europeo (prima e dopo Krapp, i modelli sono infiniti).
E stando ai lanci pubblicitari e ai rumors che hanno accompagnato l’arrivo di questo spettacolo in Italia, questo non può che sorprenderci.

Ma procediamo con ordine.

Proviamo a immaginare come è andata.
Una brava attrice, diplomata in una scuola di teatro, con qualche anno di esperienza alle spalle, decide di mettere in scena il monologo di un giovane autore di talento (CRISTIAN CERESOLI) che ha scritto un buon pezzo di teatro. Il testo non è particolarmente geniale né innovativo ma è scritto bene e, soprattutto, è vivo, vero, dice cose vere, che emozionano anche, e lo fa in modo interessante (la solita metafora del provino è mangiata, digerita e visceralizzata bene). E poi “le battute stanno bene in bocca”, dice l’attrice. Quindi vale proprio la pena di mettersi insieme e di fare una messa in scena. E i ragazzi lo fanno. Si autoproducono e realizzano un buon spettacolo. Debuttano e, fortuna loro, hanno anche successo. Vincono dei premi…. Più o meno, deve essere andata così. Bene. Tutto very normal. Or how it should be. Perché anche se adesso ci sembra eccezionale, nella storia del nostro teatro cose del genere sono successe molte volte (e continuano a succedere ma la malagestione dei meccanismi dei premi e dei festival ha ormai esacerbato i contenuti).

Anche la messa in scena è molto “classica”. A parte la nudità che, pur essendo ormai sdoganata dappertutto, fa sempre teatro di ricerca. E a parte il mettere gli spettatori sul palco,
(50 posti) per garantire l’attenzione che un prodotto di delicata fattura sperimentale come questo richiede (oltre che garantire un facile SOLD OUT tutte le sere).

Siamo ironici, ovviamente.
Lo spettacolo è di buona fattura ma, grazie a dio, non ha niente della ricerca a cui siamo purtroppo abituati: niente scotch, niente scritte, nessun dito puntato sul pubblico.

In LA MERDA un attrice fa un personaggio (che è un’attrice a sua volta, siamo
nel campo pericolosissimo del metateatro, ma si parla di identità e, come sappiamo, le questioni identitarie sono, da un po’ di tempo a questa parte, il tema prediletto del teatro, meta e non),
un personaggio caratterizzato in modo chiaro, vocalmente e fisicamente racconta al pubblico la sua storia. Il racconto è diviso in quattro sezioni divise da buio-luce, ogni sezione finisce con un
climax di ritmo e di senso, c’è un bel finale, luci a piombo, scenografia essenziale e simbolica ma spazio per lo più vuoto… Niente di più. E’ una ricetta molto conosciuta. Questi sono gli spaghetti al pomodoro della una buona cucina teatrale.

LA MERDA, a parte i mal riusciti tentativi provocatori degli autori, è un pezzo di teatro di una disarmante classicità. E il fatto che la classicità sia diventata fringe-off-experimental fa pensare molto. Come fa pensare molto il fatto che lo spettacolo sia vissuto dal pubblico italiano come una specie di apparizione divina delle muse delle arti istrioniche. E’ solo teatro che vi parla, questo. Nessuna musa, è solo teatro che ha qualcosa da dirvi. Non siete più abituati ma una volta era così. Ed è così che dovrebbe essere. Sempre.

L’alternarsi di tradizione/avanguardia è fenomeno connaturato a qualsiasi linguaggio artistico. Ma che un pezzo di puro teatro di prosa, venga premiato come l’eccellenza della produzione europea di ricerca,
in un prestigioso festival come Edimburgo, può significare solamente una cosa: che ci siamo drasticamente rotti le palle di parlarci solo tra di noi e basta. Che non se ne può di neon e di scotch, di scritte sui corpi, per terra, sulla plastica, in faccia agli spettatori, non se ne può più del dirla monotona e anaffettiva, delle contaminazioni con la danza, il circo, il video, la musica, la televisione, le arti visive, il calcio, le arti marziale, delle residenze creative, degli aperitivi dei festival dove ci si conosce tutti… BASTA!

Quello che adesso è veramente rivoluzionario e off è fare teatro di questo tipo e basta. Raccontare una storia (orrore!), una storia che è metafora di una qualche verità che prima di andare a teatro non conoscevamo. E basta. Tutto molto semplice. Testo, attori, regista, palco, pubblico… Very easy, darling.

E ci sentiamo di dire, al di là del gusto personale e della sacrosanta libertà in questa nostra democrazia artistica dove ognuno deve poter fare quello che gli pare (ma che democrazia è questa?)
che proprio da qui dobbiamo ricominciare. Da questa chiarezza. Pretty basic. Elementare. Dobbiamo farlo per noi ma soprattutto per il pubblico perché adesso abbiamo più che mai bisogno
di riorganizzare i pensieri confusi che non possiamo che fare, in questo mondo di merda. Abbiamo bisogno di questo e non di sentirci dire che facciamo cacare, che siamo morti, che siamo degli assassini etc…

Dobbiamo invertire le percentuali. L’alternanza tra classico e avanguardia è un processo sano, vitale. Dobbiamo assecondarlo. Ci sentiamo di dire che ne va della sopravvivenza della nostra arte.

Purtroppo da alcuni indizi, siamo sicuri che gli autori non si rendano bene conto di quello che hanno fatto (guardiamo con terrore al decalogo con tanto di cancelletto che promettono e già immaginiamo il classico corollario dell’artista di ricerca italiano, fatto di studi e laboratori e metodi e interviste a Dro). Ma ci permettiamo di dirvi una cosa: va bene il caso mediatico, la pubblicazione,
il progetto con la sorella di Alba Rohrwacher, va bene tutto ma siete molto diversi da quello che pensate di essere. Siete meravigliosamente classic and normal. Fate meno laboratori e su twitter al massimo 10 minuti al giorno. E continuate semplicemente a lavorare.

gussaysdontdothat!

La mediocrità truffaldina imperante nella società contemporanea (e sui palcoscenici italiani) è cosa nota a tutti. E di fronte a questa cruda e dolorosa realtà, quanti di noi non si sono rifugiati nel sogno? Nell’irrealtà?

Iniziamo questo articolo facendo la stessa cosa: i cinquantenni RICCI/FORTE hanno vent’anni e IMITATION OF DEATH è il loro primo spettacolo.

No. Non regge. Ci fermiamo subito. Purtroppo non è così. NOn può essere così. Le conosciamo tutti le sue risorse inaspettate della realtà. Sappiamo tutti come alla fine riesce sempre a vincere la partita.

A meno che, come molti dicono, non si vogliano considerare gli attori di IMITATION OF DEATH i veri autori dello spettacolo, attori che sono più che ventenni ma che nella loro totale e commovente abnegazione e dedizione alla causa, sono quasi entusiasti adolescenti al seguito di questi due pifferai magici del teatro di ricerca italiano. Potrebbe essere. Ma no. Non ci convince. Questa è una mezza verità.

Comunque, indipendentemente da discorsi anagrafici, li nominiamo tutti gli attori, uno per uno e sono tanti. Ma ci teniamo a farlo (per quello che può valere), perché indubbiamente loro la parte migliore di questo spettacolo: CINZIA BRUGNOLA, MICHELA BRUNI, BARBARA CARIDI, CHIARA CASALI, RAMONA GENNA, FABIO GOMIERO, BLANCHE KONRAD, LILIANA LAERA, PIERSTEM LEIROM, PIERRE LUCAT, MATTIA MELE, SILVIA PIETTA, ANDREA PIZZALIS, CLAUDIA SALVATORE, GIUSEPPE SARTORI, SIMON WALDVOGEL.

Autori o no, ci hanno messo con impegno e professionalità corpo, cuore e testa e siamo sicuri che, oltre alle paghe modestissime e ai complimenti di rito, non hanno ricevuto gli onori mediatici che gli spettano.

Ma veniamo allo spettacolo. IMITATION OF DEATH è fatto quasi interamente con il materiale elaborato durante lunghe e ripetute sessioni laboratoriali: tema eros/thanatos; ispirazione: Chuck Palaniuk. Ricci/Forte hanno poi selezionato, montato, assemblato il materiale prodotto dagli attori, compiendo delle scelte ora felici ora meno ma generalmente realizzando una messa in scena che contiene spunti visivi interessanti e che tiene una buona tensione dall’inizio alla fine.

Ma ripetiamo. Se non fosse per le creatività, le identità esposte degli attori, la loro fatica (e va comunque riconosciuto a Ricci/Forte il merito di lavorare in questa direzione) lo spettacolo sarebbe poca cosa.

Raramente IMITATION OF DEATH va oltre il montaggio di esercizi tipicamente laboratoriali, tant’è che, a tratti lo spettacolo sembra essere un kindergarden dove dei giovani danno sfogo a tutta la loro voglia di esistere, gli attori la loro voglia di lavorare, piuttosto che essere l’ennesima messa in scena di uno dei gruppi di ricerca più conclamati del panorama teatrale italiano.

Niente eros, niente thanatos, niente Palaniuk. Solo movimento e energia spesa a piene mani all’interno di cornici sufficientemente accattivanti. Ricci/Forte hanno buon gusto, si sa.

Ma, più di una volta, quello che abbiamo di fronte, ci sembra gratuito, inautentico e compiaciuto e l’intenzione degli autori/registi ci sembra quella di voler colpire ,a tutti i costi, pubblico e critica piuttosto che indagare qualcosa.

(E Ricci/Forte colpiscono, sono molto bravi in questo, sono furbi e intelligenti, e conoscono benissimo gli stratagemmi dello shock e del voyeurismo, padroneggiano a findo tutti i codici dei romanzetti di appendice e del pattume vario che intasa la nostra televisione. Il teatro, infatti, era stracolmo).

Ma lo spettatore smaliziato (sempre lui, ahimé), che ha l’ardire di pretendere qualcosa di più e che già visto molte volte corpi nudi che si sbattono nella terra insidiosa al confine tra pop e archetipicità, viene turbato e disturbato da questa gratuità e da tutta l’enfasi dissennatamente posta nella ricerca di una presunta verità scenica ed emozionale.

Emblematiche sono le tirate al microfono dove gli attori cercano di spremere fuori un’emotività viva e presente e dolente e commovente senza però riuscire a sortire nessun effetto. Nessuno. Se non un leggero imbarazzo misto a compatimento che lo spettatore smaliziato prova sempre quando sta di fronte a chi si sforza tanto, convinto di farcela e prendendosi tremendamente sul serio, ma alla fine non ottiene niente.

Ricci/Forte ottengono esattamente l’opposto di quello che credono di ottenere. Il loro lavoro si traduce nella falsità più totale, nell’ipocrisia più patetica e banale, nell’ingenua parodia involontaria di qualsiasi tentativo di indagare e conoscere qualsivoglia tema o individuo. Un operazione degna delle migliori trasmissioni del duo Costanzo/De Filippi.

Se poi a questo si aggiunge la sostanziale superficialità nel trattare le presunte tematiche guida, il solito fastidio che proviamo quando dal palco puntano il dito contro il pubblico per fare la lezione (BASTA… abbiamo capito che siamo tutti stupidi e tutti morti e tutti infelici e uomini di merda… vi ringraziamo perché ce lo ricordate sempre. Grazie, veramente. Ma che dite… non sarà ora di andare avanti? Artisti teatrali italiani di ricerca e non. Cari ventenni, trentenni, ultraquarantenni… Che dite? Ci lasciamo alle spalle questo ribellismo visionario alla Jim Morrison?), e poi il fastiodoso ritornare di un marchio di fabbrica Ricci/Forte (già siamo alla maniera) che ogni tanto spunta gratuitamente sul palco (tacchi, maschere varie, scritte sul corpo, neon… però non c’era lo scotch, questo va detto), fatte queste considerazioni lo spettatore smaliziato non può che sentire l’impulso irrefrenabile di lasciare la platea, abbandonare il teatro, lasciare la città e il paese.

Comunque rimaniamo seduti fino alla fine. Perché, ripetiamo, più o meno volontariamente, più o meno consapevolmente, qualcosa davanti ai nostri occhi c’è, qualcosa succede. C’è del lavoro e se Ricci/Forte avessero vent’anni e se questo fosse il loro primo spettacolo…

gussaysdontdothat!