PORCILE di Valerio Binasco

porcile-6Non male, Binasco. Non male. Come sempre andiamo volentieri a vedere uno spettacolo che porta la sua firma perché sappiamo di trovare buoni attori, una storia, qualche scelta di regia capace di farci vedere il testo da una prospettiva inedita e interessante. Ed è così anche per Porcile di P. P. Pasolini, drammaturgia lirica alquanto spinosa, animata da una verve ideologica che, nelle mani sbagliate, potrebbe risultare letalmente noiosa. Binasco, invece, si muove bene tra i versi, la storia ha una solida concretezza, i personaggi vivono sulla scena. Porcile racconta di un’antica famiglia dell’alta industria tedesca, i Clopp, sopravvissuta alla seconda guerra mondiale commerciando prima cannoni e poi bottoni. Unico elemento che turba l’amaro ma necessario isolamento che la famiglia Clopp è costretta a vivere in virtù del suo status, è Julian, primogenito ed erede delle fortune di famiglia, vittima di laceranti conflitti che non hanno niente a che fare con quelli della maggior parte dei giovani della sua epoca. Siamo alla fine degli anni sessanta. In Germania chi ha voglia di libertà, giustizia ed uguaglianza, va a pisciare contro il muro di Berlino. Ma non Julian che rimane a casa, si assenta, allontana da tutto, incapace di capire fino in fondo le ragioni della sua infelicità. Unica consolazione una passione che lo riempie di disgusto e di diletto, un morbo del corpo e dell’anima che ha radici nel turbamento profondo di un uomo alieno a sé stesso e al mondo in cui vive, tanto da sembrare una punizione auto-inflitta per espiare le colpe di un epoca e di un’intera classe sociale ormai in declino. Non stiamo qui a raccontare il letterale e il metaforico di Porcile. Basta solo un accenno per cogliere lo spessore del testo di Pasolini. Quello che ci interessa è lo spettacolo e invitare gli spettatori a vederlo, per Pasolini, per alcuni momenti felici (le scene tra il Signore e la Signora Clopp), per qualche monologo di Julian particolarmente ben fatto. E’ bravo Binasco a lavorare con gli attori, lo sanno tutti, a rendere concreta anche la poesia più lirica ed ideologica. Ma non è un regista. E questo si vede. C’è sempre un senso di mediocrità e sciatteria nei suoi lavori. Ogni volta che vediamo un suo spettacolo abbiamo sempre l’impressione di trovarci di fronte qualcosa di non compiuto, lasciato a metà, come se il regista a un certo punto avesse tirato via e se ne fosse andato, lasciando la compagnia sul palco, con qualche indicazione sul senso generale di quello che dovranno interpretare, un abbozzo di personaggio e basta. Niente più. Ma sappiamo che Binasco alle prove ci rimane fino all’ultimo. Quindi qual è il problema? Siamo convinti che il problema sia (e non solo in Porcile) l’approccio al lavoro  che porta a soffermarsi troppo sul particolare (l’attore e la caratterizzazione) e la mancanza di una forte visione generale (qualità prettamente registica). Gli spettacoli di Binasco, alla fine, risultano essere un micro-sistema di trovate, spesso interessanti, e una carrellata di caratteri, interessanti anche loro, ma spesso pretestuosi. Non è il caso di Porcile ma ci ricordiamo la balia di Romeo e Giulietta che privilegiando un tratto spiccatamente comico, appiattiva il personaggio su un’unica, seppur giusta, tonalità. Gli attori ne sono felici perché fanno qualcosa di chiaro e originale da recitare, qualcosa che contribuiscono a creare secondo “le loro corde” (e i seminari di Binasco sono sempre stracolmi per questo), ma noi ci sentiamo di chiedere qualcosa in più. Va bene la concretezza anche nel mettere in scena testi complicati, l’originalità nella lettura dei personaggi, va bene la trovata di regia, qualche scena bella ed interessante, ma dov’è la visione generale? La presa di posizione sul testo e sul suo senso profondo? Tutto qua. In questo consiste la mediocrità di Porcile, mediocrità nel senso di equilibrio tra gli estremi che però è quasi sempre limitatezza dal punto di vista spirituale e morale. Binasco, va bene, bravo, vai avanti così. Ma magari accetta qualche regia in meno e concentrati di più. Forza, impegnati. Togliti il chiodo da “regista giovane, fico e amato dagli attori” e diventa un regista vero. Noi crediamo in te!

gussays(don’t)dothat!

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