NELLA TEMPESTA di Motus

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Come parlare a teatro delle conseguenze sociali della crisi economica? Come raccontare dei
comitati di lotta per la casa, alimentare il dibattito, tenere viva
l’attenzione sull’antagonismo di chi combatte quotidianamente per i diritti? ‘Nella
tempesta’ dei MOTUS, ultimo spettacolo della compagnia romagnola, in tour europeo dal 2013 prova a rispondere a queste domande. E non solo. Andiamo al Valle Occupato per una delle ultime repliche. Al momento
dell’acquisto del biglietto, ci viene data una busta di plastica dove
mettere una coperta o qualche aiuto da restituire alla città, intesa non come luogo
fisico ma come comunità. Bene. Ci sono i problemi, ci sono le
intenzioni, persone disposte a parlare e a fare qualcosa, un gruppo storico della
ricerca italiana… E poi c’è ‘Nella tempesta’, uno spettacolo che, sinceramente, ci
ha messo seriamente in difficoltà. Per molti motivi. Innanzitutto per la sua povertà intellettuale. Cosa intendiamo con ‘povertà intellettuale’? Nient’altro che un’ingenuità imbarazzante nel trattare temi che richiederebbero maturità e profondità di visione. Cosa fanno invece i MOTUS?
Tirano fuori un banale e pretestuoso parallelismo con Shakespeare, e lo infarciscono di frasette, sentenze, slogan della propaganda più naif e consolatoria. Il tutto aggravato dalla miseria di una messa in scena che vorrebbe celebrare un’essenzialità
estetica ma che diventa presto sciatteria condita dai peggiori cliché del presunto teatro di
ricerca. I maledetti disperanti cliché che vediamo da anni… Li conosciamo tutti:
monotonia dell’eloquio, frontalità esasperata, scritte, video, nudità etcetera etcetera. Mancavano
scotch e neon, o forse c’erano e non li abbiamo visti. Ma comunque… Credo che tutti abbiano capito di cosa stiamo parlando. Che
succede? Perché? Perché siamo andati a vedere i MOTUS e ci
siamo ritrovati improvvisamente di fronte alla clamorosa ingenuità di un adolescente idealista e dal temperamento artistico ma goffamente alle
prime armi? Perché questo è ‘Nella tempesta’: poco più di un saggetto di fine anno
di una classe di adolescenti che ha fatto teatro un’ora a settimana con l’insegnante di italiano. Un insegnante moralista, più interessato a impressionare genitori ben disposti e compiacenti piuttosto che trattare seriamente dei problemi.
Ancora ci risuona nelle orecchie il patetico demagogismo di slogan del tipo: ‘io so volare’, ‘voliamo tutti insieme’,
‘noi siamo il mondo’, ‘noi siamo liberi’ ‘gli altri sono cattivi e noi siamo buoni’ ‘soffriamo tanto tutti insieme per mano’ (non sono alla lettera ma il senso è questo, tutti tradotti in inglese e francese, perché
stiamo comunque facendo ricerca e siamo una compagnia internazionale). E poi citazioni da bacio perugina dei grandi maestri del teatro “ribelle” (Judith Malina),
tenuti in vita da un accanimento terapeutico culturale degno del conservatorismo più
rigoroso. Shakespeare detto (non recitato, ‘noi non recitiamo’, ‘non siamo attori’) in maniera agghiacciante da attori (?) che dovrebbero essere premiati col dono del mutismo più assoluto. Perché? Perché uno dei centri della controcultura contemporanea permette, anzi, ospita e caldeggia uno scempio del genere? Non lo sappiamo. Sappiamo solo che ‘Nella Tempesta’ è una messa in scena che
gira l’Europa e il mondo, acclamata da pubblico italiano e non. Dovrà pur esserci una ragione. siamo tutti vittima di un rincoglionimento generale, trasversale ad operatori, attori, registi, autori, pubblico? Non riusciamo a trovare una risposta. Sappiamo solo che l’impegno animato da sentimentalismo da parrucchiera dei MOTUS, getta una
luce cupissima sul reale antagonismo degli occupanti, sulla loro militanza, sul loro
impegno. Del rincoglionimento generale di artisti, operatori e pubblico, sappiamo da tempo, è davanti
agli occhi di tutti il terribile medioevo culturale che l’Italia sta attraversando. Ma il Valle? Sinceramente ci aspettavamo qualcosa di più, una
controtendenza rispetto al decadimento generale. E invece ci troviamo a constatare ancora una volta, i limiti di una gestione che
risente della malattia del sistema che vorrebbe combattere, una gestione che, a conti fatti,
propone alla cittadinanza una sorta di discount della controcultura,
dove si trova di tutto (dibattiti, diritti, cinema, teatro, danza, opera,
formazione…) ma dove niente ha realmente peso e qualità.
Finita la tempesta, usciamo. Fuori è bel tempo. La solita macchina passa suonando per farsi strada
tra la folla. Tutti guardano con odio quel simbolo del mondo infame che non rispetta le nostre identità e ci vessa,
quotidianamente. Ma una volta che la macchina è passata, si torna a fumare, a chiacchierare. E lentamente torniamo alle nostre vite.
Lo spettacolo dei MOTUS svanisce dagli occhi e dalle
orecchie. Siamo rassicurati in tutto e per tutto che siamo delle brave persone. Cogliamo anche qualche buon proposito per i giorni a venire: dobbiamo fare qualcosa… un mio amico fa save the children, lo dobbiamo chiamare… . Cose del genere. Rimane solo la busta data all’ingresso come biglietto. Cosa fare con una
busta di plastica di discrete dimensioni? La appendo in camera come locandina? Ci
metto una coperta e la porto a Roma Termini? Oppure ci metto da mangiare, magari qualche libro… Il dilemma è evidente sulle facce di chi si avvia verso Campo de’ fiori o
Trastevere per finire la serata. Nel dubbio, la maggior parte l’hanno buttata nella spazzatura.

gussaysdontdothat!

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