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Archivio mensile:marzo 2013

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Leggiamo dal comunicato stampa:  Don Giovanni è un vampiro della vita. Dove vede amore si butta per nutrirsi e vivere, non credo per amare, ma per innamorarsi di quello slancio di amore  […] Lo spettacolo porta in scena il percorso di Don Giovanni che più che amare una donna ama il calcolo per conquistarla. Più che in cerca d’amore sembra ansioso di trovare un senso alla vita. Illuminato da queste geniali e innovative affermazioni, firmate Antonio Latella, andiamo a teatro curiosi di vedere la traduzione scenica di tanta innovativa acutezza intellettuale. Ci sediamo nella platea del Valle pronti ad emozionarci di fronte alla proverbiale profondità d’intelletto e d’animo di un artista pluripremiato. Aspettiamo trepidanti che tutto il pubblico prenda posto, felici di godere dell’originalità e della creatività di una compagnia che raramente si smentisce. 

Sul palcoscenico le quinte sono alzate. I muri del Valle sono l’unica scenografia, a parte una striscia di carta da parati che pende dalla graticcia, un tavolo e qualche sedia. Due attori con parrucca settecentesca attendono immobili sulla scena, con in mano dei giochi per bambini. Passano i minuti. Il pubblico è tutto seduto. Le luci di sala si abbassano. Comincia lo spettacolo.

Tre ore e venti minuti, più intervallo di quindici… Siamo di fronte alla bellezza più pura, proviamo finalmente la vera emozione estetica, quella per cui amiamo l’arte in genere, non solo il teatro: la meravigliosa e appagante sensazione in cui mente e cuore sono sopraffatti da continue ondate di senso e commozione. Per tre ore e venti minuti, più intervallo di quindici, ridiamo e piangiamo insieme agli attori, siamo con il protagonista dall’inizio alla fine, ne condividiamo le paure e le speranze, i dolori e le gioie. Diventiamo Don Giovanni. Lo vediamo agire, da lontano, ma dentro di noi, senza rendercene conto, ci sforziamo di sciogliere i suoi dubbi, di dare una risposta alle sue domande. Vorremmo aiutarlo, stargli accanto. Ci capita più di una volta di guardare chi è seduto vicino a noi. Nel buio della salsa cerchiamo di vedere se anche gli altri spettatori stanno provando le nostre stesse emozioni. Se anche altri sono toccati nel profondo quanto lo siamo noi. La magia del teatro… Siamo così fortunati a vivere un’esperienza del genere insieme ad altre persone. Siamo felici che il teatro abbia ancora un senso. Tre ore e venti minuti, più quindici minuti di intervallo, ci sembrano mezz’ora. E alla fine, dopo aver applaudito e restituito, a modo nostro, agli attori tutto quello che ci avevano generosamente dato, usciamo da teatro in silenzio, non solo stanchi e provati da un’esperienza così intensa, ma silenziosi e commossi per aver visto e toccato con mano, anche se solo per pochi istanti, qualcosa di noi stessi e dell’uomo che prima non conoscevamo, di aver visto manifestarsi sotto ai nostri occhi la bellezza. Grazie Latella. Grazie Caterina Carpio, Daniele Fior, Giovanni Franzoni, Massimiliano Loizzi, Candida Nieri, Maurizio Rippa, Valentina Vacca. Evviva la compagnia Stabile/Mobile!

Ci sarebbe piaciuto fosse andata così. Purtroppo no. Purtroppo è accaduto esattamente l’opposto. DON GIOVANNI A CENAR TECO, come tutte le altre inestimabili perle d’arte e di vita di Antonio Latella, è uno spettacolo che ha in sé tutti i sintomi della malattia che sta mortalmente fiaccando il già tanto martoriato corpo del teatro italiano. I sintomi della malattia sono semplici. Li elenchiamo nel caso che qualcuno conosca un qualche rimedio, una medicina sorprendente, un’invenzione miracolosa:

1) Gratuità. E intendiamo per gratuito uno spettacolo dove le scelte del regista (consapevoli o inconsapevoli), circa il testo,  le azioni sceniche e la cifra estetica generale non siano organizzate secondo un senso più o meno controllato, in funzione della restituzione di un significato (razionale, emotivo…) che debba raggiungere il pubblico. Nello spettacolo di Latella è evidente l’infelice processo creativo di tanti “artisti” che si siedono di fronte al palco con l’assistente vicino, gli attori pronti a lavorare, e poi vanno di pancia, dopo aver pensato, detto, discusso, alla fine fanno come cazzo gli pare, riproponendo sempre le stesse soluzioni, quasi dei cliché autocelebrativi che denunciano povertà d’animo e sostanziale cialtroneria intellettuale. Li vediamo questi brillanti artisti. Prendono un pezzo di Molieré e lo danno da imparare a memoria agli attori, fanno scrivere una poesia a una giovane drammaturga (under 30 perché ci piacciono i giovani) e la fanno cantare su un sottofondo di Raffaella Carrà mixata con Mozart. C’è qualcosa… L’artista si emoziona, ride, gli attori si divertono, si “sporcano” generosamente… E poi l’artista è un instancabile lavoratore… Solo una volta è uscito a prendere il caffè. Ma è bastata per avere l’idea geniale della sedia a rotelle… Un vecchio con l’Alzheimer passava e allora… Perché non metterci sopra un proiettore da cinema e puntarlo verso il pubblico durante i monologhi di Don Giovanni? E poi… Viene il giorno di riposo. L’artista vero lo accetta storcendo il naso. Un vero creativo non si ferma mai. La sua mente e il suo cuore viaggiano a un’intensità sconosciuta ai comuni mortali. La domenica vanno al parco e vedono un bambino giocare con dei dinosauri di plastica. Don Giovanni in fondo è un bambino… Genio! Genio! Genio! Tutto eccitato l’artista torna alle prove e portano una scatola di dinosauri agli attori per fare un’improvvisazione. Gli attori sorridono, lavorano generosi, senza chiedersi perché, per come… Stiamo lavorando con Latella… Vuoi mettere? Zitto e lavora. Il risultato artistico? Sticazzi. Sai i soldi, il tour, gli aperitivi, le scopate, l’altro lavoro… Questo più o meno il processo creativo del grande artista. E’ così che funziona. Lo sappiamo per certo. E i risultati sono purtroppo evidenti. E ci siamo dimenticati le parrucche, le puttane, i tacchi… (stiamo facendo un testo del seicento e vuoi che non usiamo le parrucche? Stiamo parlando d’amore e vuoi che non ci siano le puttane? E l’amore di questi tempi è oltre le differenze di genere e quindi fate largo all’omosessuale sui tacchi…)

2) Autoreferenzialità. E’ la naturale conseguenza della gratuità. Quando si prende un qualsiasi oggetto e lo si usa esclusivamente secondo il proprio arbitrio e per la propria esclusiva soddisfazione, è inevitabile trovarsi di fronte a enormi atti masturbatori, Lo sappiamo. Ognuno ha i suoi modi. Il processo creativo non ha regole. Alcuni grandi artisti hanno praticato con fierezza l’onanismo… E a noi pubblico, a noi fruitori d’arte è andata anche bene (ci vengono in mente alcuni episodi della Tragedia Endogonidia di Castellucci, alcuni spettacoli del primo Del Bono…).  Ma quando all’atto masturbatorio corrisponde un bassissimo profilo umano e intellettuale, lo spettacolo può diventare insopportabilmente agghiacciante. L’istinto creativo è smascherato da un’evidente casualità, tutto quello che abbiamo di fronte può essere tranquillamente sostituito con qualcos’altro senza che cambiare nulla nella sostanza. Se il proiettore fosse entrato su un Ape Fiat non sarebbe cambiato nulla. Anzi, alcuni critici fedeli seguaci della moda, avrebbe gridato al genio. Se invece dei dinosauri ci fossero stati Playmobil… o se Sganarello avesse a un certo punto, brandito un mazzo di dildo di gomma… Cos sarebbe cambiato? Niente… E’ l’artista. E’ Latella. E’ un provocatore, uno che prende la tradizione e la ribalta. E’ coraggioso… gli attori lo amano… c’è teatro in quello che fa… non tutto bello ma alcuni momenti… Ma per piacere. Ma di cosa stiamo parlando?

3) Già visto. Tutto lo spettacolo è un lungo e insopportabile deja vu, con la straziante aggravante dell’autocitazionismo, sintomo che contagia molto facilmente. Lo ritroviamo in molti altri “artisti” figli della moda (Ricci/Forte ad esempio). Siamo convinti che solo chi lavori veramente riesca a essere originale, a portare qualcosa di vivo agli spettatori e alla propria arte. Che significa lavorare veramente? Ogni artista (senza virgolette) ha un suo metodo, ma i risultati sono evidenti, oggettivi. Di sicuro non capita con Latella e con chi, come lui, macina una produzione dietro l’altra. Quanti spettacoli ha fatto Latella negli ultimi anni? E cosa ha in programma adesso? Una decalogia sulla menzogna? Uno studio a cento puntate sulla cultura pop americana? La rivisitazione dell’intero corpus delle tragedie classiche? Quanto sarà in scena? Quanto ancora ci delizierà la sua arguzia? Quanto ci toccherà la sua anima? Siamo scossi dai brividi al solo pensiero… e facciamo più di due passi nella stanza dove stiamo scrivendo per evitare di piangere… Poveri, poveri noi…

4) Offensività. Uno spettacolo come questo di Latella suona sempre come un insulto, un vaffanculo, o in alcuni casi come uno schiaffo, un pugno, una pedata nelle palle. Ci salviamo da ogni tipo di violenza perché ce ne andiamo da teatro all’intervallo (quello che ha fatto metà della platea).

Uscendo guardiamo la biglietteria perché vorremmo che ci venissero restituiti i soldi. Ma non c’è nessuno. Anche dalla biglietteria sono quasi tutti scappati. Quindi ce ne andiamo. Fuori piove. Abbiamo l’ombrello, per fortuna. Uscendo di casa ci eravamo ampiamente preparati al peggio…

gussaysdontdothat!

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