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Archivio mensile:febbraio 2013

ImmagineIl vero nome di Don Backy è Aldo Caponi, quello di Tony Renis è Elio Cesari, Red Ronnie si chiama in realtà Gabriele Ansaloni, mentre Little Tony alle elementari rispondeva all’appello col nome di Antonio Ciacci.

Che c’entra questo con lo spettacolo EXIT? Con la nuova commedia brillante (così recita la locandina promozionale del Teatro Eliseo) di Fausto Paravidino?

Paravidino è un imitatore, si sa. Lo dice lui stesso senza nascondersi, onestamente. Quando scrive un testo prende un modello (Woody Allen, Fosse, Cechov) e lo copia. Lo copia bene. Molto. Si può dire tutto di Paravidino tranne che non sia un uomo che il teatro lo conosce e lo sa fare, come autore, regista, a volte anche come attore. E’ un ottimo “facitore” dotato di intuito, istinto, sensibilità e intelligenza teatrale e volesse iddio che ce ne fossero come lui. Perché se l’ABC teatrale che lui possiede fosse condiviso per deontologia da tutti i teatranti, di palco e non, avremmo di fronte una scena viva e interessante.

Detto questo ci sono osservazioni che vorrei condividere. Prima di tutto il nome (e qui torniamo all’incipit e lo spieghiamo meglio). Fossi in Paravidino lo cambierei. Non dico per sempre. Trovarsi uno pseudonimo e tenerselo per tutta la vita è sicuramente fuori moda. Oggi siamo in contesti, come si dice, “liquidi” dove le mode passano, le influenze cambiano da un giorno all’altro e quello che tira sul mercato è deciso stagionalmente. Quindi farsi uno pseudonimo potrebbe essere rischioso. Possiamo guardare solo con ammirazione e invidia il coraggio di Don Backy o Red Ronnie a mettersi per tutta la vita quell’etichetta lì, da americanofilo o brit dreamer.

Meglio cambiare nome spettacolo per spettacolo, questo Paravidino potrebbe farlo, dovrebbe farlo. Anche per onestà intellettuale. Gli diamo qualche suggerimento, confidando nelle migliori soluzioni che la sua abilità di drammaturgo possono trovare. Paravidine (pronuniciato paravidain) per le imitazioni di tutto il teatro di area anglofona, Paravìdovic per le imitazioni dai paesi dell’est europa o dell’ex Unione Sovietica, Paravinsen per le copie made in nord europa. E il mondo è grande, ci sono molte drammaturgie sconosciute. Quindi… forza Fausto! Noi crediamo in te… Vivere in Italia è un po’ come stare a in Gambia, in Oman, teatralmente parlando. Quindi spero vivamente, che, per la nostra crescita culturale, per ampliare le nostre vedute, lo Stabile di Bolzano continui nella sua opera di promozione della cultura estera attraverso l’opera di quel fine e abile imitatore che corrisponde al nome di Para-qualcosa (pensate sia un caso che in greco antico parà sgnifichi accanto, circa, dalla parte di, presso…?).

Immaginiamo un dialogo con l’intellettuale Para-qualcosa, da sempre disposto al dibattito, come tutti gli abili e instancabili pensatori. La prima obiezione ce la immaginiamo facilmente. Il lavoro su modello, su un genere di riferimento, consciamente o inconsciamente, è un procedimento connaturato al fare creativo. Siamo d’accordo. Ma perché non dichiararlo? Quando abbiamo di fronte i risultati… Perché ostinarsi a dirsi artista? Enfant prodige? La critica… Non si accorge della mistificazione? Perché non la denuncia? C’è una bella differenza tra Lucio Battisti e Little Tony, no? Tra Elivis Presley e Bobby Solo, no? Paravidino non è come Little Tony o Bobby Solo, perché è sua la prerogativa di cambiare spesso genere, è camaleontico… Ma il risultato artistico dei suoi lavori è molto simile. Spettacoli ben fatti ma niente di più. Cover che sono solo la pallida versione dell’originale… E uscire dai suoi spettacoli è un po’ come canticchiare Pregherò, ti piace e ti da soddisfazione, in alcuni punti ti commuove anche perché ti ricorda qualcosa, l’infanzia, tua madre, ma poi quando sei solo nella tua stanza, e ti viene la voglia, metti Stand by me.

Ma veniamo allo spettacolo. EXIT è una commedia sentimentale di cui Para-qualcosa ha scritto il testo e fatto la regia. In scena quattro eccellenti attori, tutti ben scelti e ben diretti: SARA BERTELA’, NICOLA PANELLI, DAVIDE LORINO, ANGELICA LEO. Due uomini e due donne che raccontano le vicende di due coppie alle prese con i problemi dello stare insieme oggi, dell’avere una relazione sentimentale ai tempi di una crisi che più che essere economica è identitaria ed esistenziale. L’intreccio è semplice e ben scritto e il racconto procede fluidamente attraverso “stanze narrative” che si incastrano l’una nell’altra, suddivise in tre sequenze più ampie individuate dalle scritte al neon AFFARI INTERNI, AFFARI ESTERI, EUROPA che si integrano bene con una scenografia gradevole. La conclusione tarda un po’ a venire e il finale è poco felice e non regge il ritmo dello spettacolo ma comunque, alla fine delle vicende delle due coppie è chiaro l’intendo di Para…., è evidente dove voglia andare a parare: il nostro essere in Europa non dovrebbe riguardare solamente questioni politico-economiche ma dovrebbe suggerirci anche nuove modalità dello stare insieme, nuove possibilità di relazione oltre alle convenzioni e alle abitudini consolidate.

Tutto chiaro, semplice, efficace. Si potrebbe appuntare che EXIT non dice niente di nuovo, non rinnova il genere, che nell’appropriazione non c’è nessun arricchimento ma semmai banalizzazione, che il mondo che descrive Para…. sia paradossalmente datato, che quelli che vediamo in scena siano gli stereotipi di una borghesia intellettuale di qualche decennio fa, ma non vogliamo dilungarci su questioni di contenuto. La sua commedia brillante alla Woody Allen ha colto nel segno, il pubblico apprezza e la copia è perfettamente riuscita.

Quello che ci deprime un po’ è andare a teatro e ascoltare per l’ennesima volta Pregherò invece di Stand By Me, di essere andati a vedere Elvis Presley e di esserci trovati di fronte Antonio Ciacci (Little Tony), di esserci ritrovati ancora una volta immersi nel fosco medioevo del provincialismo Made in Italy. Tutto qua. E il denunciarsi falsario non rende meno amara la questione.

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