LA RIVINCITA di Michele Santeramo regia di Leo Muscato

ImmagineCrediamo che in tutte le epoche, accanto a una produzione artistica di buon livello destinata, poi, a durare negli anni e a influenzare le generazioni successive, ci siano state produzioni mediocri e di scarso valore artistico. Crediamo anzi che, in ogni epoca, la maggior parte dell’offerta artistica sia stata mediocre e che solo in alcuni rari casi e in condizioni particolarmente favorevoli, alcuni artisti abbiano dato vita a esperienze estetiche di qualità e di alto profilo. Ma crediamo anche che quello che sta succedendo negli ultimi anni sia decisamente preoccupante per la gravità di una decandenza culturale che, a questo punto, temiamo invasiva e irreversibile.

Facciamo questa considerazione dopo aver visto LA RIVINCITA di Michele Santeramo con regia di Leo Muscato, in scena al Teatro Valle Occupato fino al 20 di gennaio. Uno spettacolo scritto da un autore del 1974, quindi relativamente giovane, vincitore del Premio Riccione 2011 con un altro testo (Il guaritore).

Andiamo a teatro curiosi di conoscere un autore, un regista e una compagnia (Teatro Minimo) che non conosciamo, in un contesto, il Valle, che si
sta distinguendo per il suo antagonismo e per l’originalità delle sue proposte.
Ben disposti dal riconoscimento ricevuto da Santeramo (il Riccione era, comunque, un premio che consideravamo, fino a ieri, garanzia quantomeno
di di teatro dotato di un minimo di interesse) ci sediamo in platea e ascoltiamo gli appelli degli occupanti a sostenere la loro causa votando il loro progetto Crisi 2.0 al bando Che fare
che promette centomila euro di finanziamento per un progetto culturale che, dicono quelli del Valle, in caso di loro vittoria, sarà interamente decicato
alla drammaturgia italiana contemporanea. L’obiettivo è quello di fare del Valle un centro di ricerca, di formazione e di produzione drammaturgica all’avanguardia,
dove gli allievi/autori saranno addirittura pagati per formarsi e scrivere. Benissimo. La scrittura è sicuramente uno dei problemi cruciali del teatro italiano. Lo è sempre stato. Quindi è ottimo
che si cerchino soluzioni, che ci siano proposte alternative alle istituzioni ufficiali da cui oramai non ci si aspetta più niente.
Evviva. Qualcosa sta accadendo.

Poi però inizia lo spettacolo (tra l’altro primo esperimento di lunga programmazione fatto al Valle. Per la prima volta gli occupanti ospitano uno spettacolo per più
di quattro repliche e, coerenti alle loro posizioni, lo fanno con un testo di un giovane drammaturgo italiano insignito del più prestigioso premio nazionale di drammaturgia).

Poi però inizia lo spettacolo.

Questa in breve la trama (che, confessiamo, facciamo molta fatica a riassumere).
Da qualche parte in Puglia due fratelli, piccoli proprietari di terra, sono alle prese con i problemi dovuti alla recentissima crisi economica.
Cercano in tutti i modi di fare soldi e di continuare a fare una vita dignitosa.
Uno dei due vende pezzi del suo terreno a una qualche industria perché ci nasconda rifiuti tossici, l’altro è vittima di un esproprio perché non ha le conoscenze
giuste per evitare che una ferrovia di nuova costruzione passi proprio in mezzo ai suoi campi. I due fratelli non se la passano
per niente bene. L’ultimo dei due è addirittura in causa con l’industria con cui fa affari
il fratello perché proprio i rifiuti tossici nascosti nella sua terra lo hanno reso sterile. Proprio quando sua moglie fa questione di vita o di morte l’avere un bambino.
Allora lui cerca di accontentarla e va in una clinica privata
sottoponendosi a una cura che aumenta il numero medio degli spermatozoi. Ma la cura costa molto, novecento euro al mese. Allora il fratello sterile va da uno strozzino e si fa fare un prestito che
puntualmente non riesce a restituire. Allora scappa e si nasconde. Il fratello fertile nel frattempo fa il lavoro al posto suo, gli risolve i problemi. Vale a dire
gli mette in cinta la moglie. Il fratello sterile torna, sospetta qualcosa, ma arriva la notizia che ha vinto la causa con l’industria dei rifiuti tossici con cui fa affari il fratello fertile
e ottiene un rimborso di ventimila euro per la sua sterilità. Ma l’industria scopre che il fratello sterile ha appena avuto un figlio quindi gli fa a sua volta causa per avere
la restituzione della somma. Tragedia. Adesso il figlio c’è, i soldi per mantenerlo anche ma si sta per perdere di nuovo tutto.
Nel frattempo la moglie del fratello fertile scopre il tradimento del marito e chiama l’assistente sociale che toglie il figlio al fratello sterile e sua moglie…

A questo punto ce ne siamo andati. Non sappiamo come va a finire. Ma non importa. Sappiamo che mancavano una ventina di minuti alla fine e chissà che cos’altro avremmo visto…

Vi renderete conto anche voi che succedono molte cose. Troppe. Sembra di raccontare la trama di una fiction a puntate o di una telenovela, più che quella di uno spettacolo di teatro.
E come in tutte le telenovela, quando succedeno molte cose (per tenere sempre viva l’attenzione del pubblico, per stimolarlo continuamente diffidando e schernendo le sue
capacità cerebrali), è inevitabile una certa superficialità nel trattare gli argomenti ed è inevitabile cadere nei cliche più abusati e più deprimenti.
Se guardi una telenovela questo lo metti in conto.
Lo accetti. Fa parte del gioco. Puoi lavare i piatti e parlare al telefono mentre guardi una
telenovela. Puoi perdere tre puntate senza accorgertene tanto non ti interessa seguire la storia quanto distrarti, avere una vaghissima idea della trama.
Tanto succedono sempre le stesse cose e ci sono le musichette didascaliche che ti fanno capire tutto, quando devi piangere, ridere, sospettare.
I personaggi di una telenovela sono monodimesionali. Fanno esattamente le cose che ti aspetti. E mentre lavi i piatti vuoi vedere quello che ti aspetti, sapere quello che già sai.

Ma cosa c’entra tutto questo con il teatro? Cosa c’entra con un il premio di drammaturgia più prestigioso che abbiamo? Cosa c’entra con l’antagonismo culturale del
Teatro Valle Occupato e con le sue battaglie per una nuova drammaturgia?

Cosa c’entra?

E aggiungiamo che LA RIVINCITA non solo è una telenovela scritta male, piena di scene inutili e tirate via, pateticamente moralista, inutile,
imbarazzante per buonismo e luoghi comuni (non dobbiamo mai perdere il sorriso… non ci rimangono nemmeno i soldi per comprare la corda e impiccarci… COSA? STIAMO SCHERZANDO?), ma
in alcuni momenti sembra addirittura un cinepanettone per lo squallore e la scontatezza delle battute che vorrebbero strappare la risata
e alleggerire l’atmosfera (non dobbiamo mai perdere il sorriso.. MA FINITELA!). Se a un certo punto dello spettacolo (ad esempio nelle splendide scene del barista strozzino o dell’infermiere gay)
venisse fuori Massimo Boldi che fa le pernacchie con la mano sotto l’ascella, nessuno farebbe una piega.

Ma che stiamo scherzando?

Nemmeno la vecchietta più berlusconiana e più rincoglionita da anni di Maria De Filippi è tanto banale e conformista quanto lo è Michele Santeramo.
E anche lo sceneggiatore più ingenuo sa che il principio del conflitto crescente (desiderio del personaggio
/divario/nuovo desiderio) sovrano in ogni storia drammatizzata non è sinonimo di: ecco i nostri personaggi… adesso mettiamoli in mezzo a un gran troiaio, che peggior scena dopo scena.

Ma che stiamo Scherzando?

Il tutto confezionato da una regia inesistente, dove niente è motivato da niente (luci, musiche, scenografie, costumi). Immaginiamo che l’unico imperativo del regista sia stato:
Ritmo! Succedono tante cose e dobbiamo andare avanti senza fermarci mai! Entrate la dite veloce e uscite. Fino alla fine. Forza! Memoria! Avete fatto memoria?
Dovete avere una memoria ferrea! E’ la cosa più importante.

Imbarazzante.

Imbarazzante per il Premio Riccione che un autore del genere rimanga negli annali dei suoi vincitori.
Imbarazzante per il Valle parlare di drammaturgia dopo aver ospitato uno spettacolo del genere. E leggiamo proprio adesso che
Michele Santeramo farà, sempre al Valle, un laboratorio di drammaturgia e un’altro ne farà al Teatro I. Spero solo che i partecipanti vedano lo spettacolo prima di iniziare i seminari
e si preparino a quello all’incontro con questo geniale poeta della scrittura drammatizzata.

In chiusura, un consiglio al Valle Occupato. Avete bisogno di un comitato di valutazione artistica. Dovete valutare meglio quello che proponete. Rischiate di perdere il
credito che vi siete duramente conquistati in questi mesi.

gussaysdontdothat!

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7 commenti
  1. Sono davvero allibito dal livello di quello che scrivi. Davvero: “Ma che stiamo scherzando?”
    Stai sputando – peraltro con incomprensibile asprezza – su uno dei migliori drammaturghi che abbiamo oggi.
    Il fatto che non avessi mai sentito parlare di Teatro Minimo, che ha più di 10 anni di carriera tutt’altro che sotterranea, e che avessi conosciuto Santeramo solo dopo il Premio Riccione (peraltro era stato anche finalista l’anno prima) non sarebbe di per sé grave, ché c’è sempre sempre sempre tempo per interessarsi, andare a vedere, constatare, conoscere, riflettere e poi – solo poi – giudicare.
    Qui c’è fatto di per sé abietto di criticare uno spettacolo senza essere arrivato in fondo, chiaro che in un blog che non ha altre pretese se non il commento strettamente personale andrebbe anche bene. Non fosse che anche qui cadi in contraddizione, perché quella libertà quel “senza complimenti” che sbandieri per me si brucia fin dall’inizio nel momento che tutto quello che dici – ripeto, con una acredine assolutamente eccessiva e con strumenti di paragone davvero fuori luogo – non porta sotto la tua firma. Mi spiace tanto, ma è veramente un po’ troppo facile dichiararsi una penna libera senza una firma sotto.
    Puoi farlo e restare credibile solo se parli degli affari tuoi, se speculi sul mondo, se lo osservi dal tuo punto di vista. La maggior parte dei blog fa questo, soprattutto quelli di opinione sulle arti. Ma quando vai a sputare (perché questo fai, anche solo per il fatto che non rimani fino alla fine) sul lavoro altrui, allora quella credibilità in cui speri (altrimenti non scriveresti pubblicamente) te la giochi da subito. Se in altri tuoi post (per esempio in quello su IMITATIONOFDEATH) la capacità di analisi c’è ed è messa a frutto, qui proprio non vedo quale sia il senso di tutto questo.
    Soprattutto di andare a riassumere TUTTA (o quasi, ché ti sei perso il finale) la trama. Cosa che di per sé non ha nessuna dignità o, se ce l’ha, è esattamente quella che governa i riassuntini delle puntate precedenti delle soap nelle ultime pagine di TelePiù e similari.
    Intendiamoci, non esigerei niente da te, se non fosse che nel tuo “chi siamo” e finanche nel sottotitolo del blog ti professi come uno che – oh, finalmente tu sì che lo fai, non gli altri – dice le cose come stanno.
    Beh, in una cosa sei stato efficace, hai spinto anche me a dire le cose come stanno: è questa impareggiabile superficialità a rovinare l’essenza dell’essere spettatori. E non mi riferisco a ciò che scrivi nel pezzo, ma ai presupposti ambigui con cui ti presenti al mondo: “il mio lavoro e l’arte che amo, sono sistematicamente scempiati con sciattezza e irresponsabilità dalla maggior parte dei miei colleghi, incensati da critici e intellettuali mediocri, di vecchia e nuova generazione”. Davvero non si capisce che cosa tu voglia da noi, il mondo.
    Ma tornando, e chiudendo, al senso di un blog. Ecco il mio commento: trovo strano che tu non abbia colto la vena ironica con cui Santeramo tratta tutti quei temi, il fatto che il ritmo indiavolato, l’eccesso delle trame incrociate e la presenza di quelli che tu chiami cliché fosse voluto, proprio per farti vedere quanto simile a una soap sia certa contemporaneità. Perché nessuna delle cose che hai elencato è inventata, in fondo. Il carattere con cui vengono trattate è quello paradossale, il ritmo quello peculiare della commedia teatrale più pura (ti ricordi di De Filippo? Di Scarpetta? Forse no), ma tutte le vicende sono estremamente plausibili.

    A ogni modo è bello vedere tanta passione negli spettatori. Parlo per tutti e due.
    Vivi bene.
    Credo che fossi seduto accanto a me, l’altra sera. Io volentieri il mio commento me lo firmo.

    Sergio Lo Gatto

    • gussays ha detto:

      Gus è un personaggio che va a teatro (neanche troppo spesso) e quando torna a casa si mette a scrivere delle cose. E si firma, se guardi in fondo a ogni post la firma c’è. Tutto qua. Non è un critico e quindi non rispetta nessuna deontologia professionale (se mai ce ne fosse una).
      E’ solo uno spettatore che si agita facilmente, si incazza, lascia la sala… e si sente nel pieno diritto di farlo.
      Se usa dei toni veementi è per naturale inclinazione e un po’ per provocazione. Perché è un provocatore ma non è mai gratuito. C’è sempre della verità in quello che dice. Almeno così spera.

      Gussaysdontdothat!
      🙂

      • Lucio ha detto:

        Perdonami Gus,
        perché non hai approvato il mio “pensiero”?..in un paese democratico, semplicemente mi sono permesso di dire anche la mia in merito, e che non si scostava poi tanto dalla tua!..hai per caso temuto strani richiami?

      • Lucio ha detto:

        ..perdonami, ho frettolosamente sparato a zero:)il mio pc aveva, per errore, cancellato momentaneamente i messaggi da me postati:)

  2. Lucio ha detto:

    Caro Gus,

    il problema sta nella megalomania tipica dell’essere umano. Mi spiego meglio. Il manipolo di ribelli, più volte definiti “scappati di casa”, ebbe la geniale idea di occupare uno degli spazi più in vista e importanti della capitale; poi, la precaria situazione politica e la crisi economico finanziaria fecero la loro parte. E questo gli va riconosciuto. Finché l’atto di forza rimaneva però esclusivamente sul piano politico, la credibilità, a mio avviso, persisteva; dal momento in cui si è arrogato, invece, la presunzione di gestirne la programmazione artistica, ecco sovvenire le perplessità:

    1)un gruppo di giovani attori e artisti in generale, per lo più disoccupati, non può avere le credenziali per decidere, scegliere e selezionare artisti professionisti da fare esibire; se tali fossero stati, “artisti professionisti”, dove avrebbero trovato il tempo, 24 ore su 24, da dedicare fisicamente alla causa?

    2)se da un anno e mezzo a questa parte, non vanno decantando altro che la pulizia e la limpidezza con la quale il teatro italiano andrebbe gestito e fatto funzionare, differentemente dalla conduzione ETI, perché mai nessun bando che desse voce a compagnie o performer nascosti è stato proposto? Perché, anche solo in riferimento alle scelte fin’ora effettuate, non ne sono state esplicitate le modalità? Non doveva essere il teatro ridato alle mani dei cittadini? Il famigerato “bene comune”?..manca quella limpidezza che giustifica una “rivoluzione”, insomma.

    Tanti sarebbero i punti oscuri da illuminare, ma il tempo a mia disposizione non basta. Ritornando alla megalomania umana, non credo alla mala fede degli occupanti, che comunque tanto, concettualmente parlando, hanno fatto, e tanto continuano a fare nel tentativo di ridare credibilità a quella qualità artistica che nel tempo si è andata sempre più dileguando, in nome del guadagno e dell’apparenza; credo invece a quell’incompiutezza umana che parte dalla fame di “successo” di “grandezza” che è tipica dell’uomo. Quel continuo specchiarsi e compiacersi ad ogni piccolo, minimo successo che fa perdere la strada maestra e conduce su tutt’altro percorso, che porta in ben’altra direzione rispetto a quella che ci si era fissata!

    Ecco, finché non capiranno questo, nel tentativo di riportarsi in carreggiata, il loro destino è purtroppo segnato.

  3. Lucio ha detto:

    Ah, è chiaro e lampante che Sergio è una stampa amica. Amico dei tanti amici all’interno dell’occupazione, che scrivono in un inesistente sito on-line e che vanamente cercano di giustificare i fallimenti.

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