IMITATION OF DEATH di Ricci/Forte

La mediocrità truffaldina imperante nella società contemporanea (e sui palcoscenici italiani) è cosa nota a tutti. E di fronte a questa cruda e dolorosa realtà, quanti di noi non si sono rifugiati nel sogno? Nell’irrealtà?

Iniziamo questo articolo facendo la stessa cosa: i cinquantenni RICCI/FORTE hanno vent’anni e IMITATION OF DEATH è il loro primo spettacolo.

No. Non regge. Ci fermiamo subito. Purtroppo non è così. NOn può essere così. Le conosciamo tutti le sue risorse inaspettate della realtà. Sappiamo tutti come alla fine riesce sempre a vincere la partita.

A meno che, come molti dicono, non si vogliano considerare gli attori di IMITATION OF DEATH i veri autori dello spettacolo, attori che sono più che ventenni ma che nella loro totale e commovente abnegazione e dedizione alla causa, sono quasi entusiasti adolescenti al seguito di questi due pifferai magici del teatro di ricerca italiano. Potrebbe essere. Ma no. Non ci convince. Questa è una mezza verità.

Comunque, indipendentemente da discorsi anagrafici, li nominiamo tutti gli attori, uno per uno e sono tanti. Ma ci teniamo a farlo (per quello che può valere), perché indubbiamente loro la parte migliore di questo spettacolo: CINZIA BRUGNOLA, MICHELA BRUNI, BARBARA CARIDI, CHIARA CASALI, RAMONA GENNA, FABIO GOMIERO, BLANCHE KONRAD, LILIANA LAERA, PIERSTEM LEIROM, PIERRE LUCAT, MATTIA MELE, SILVIA PIETTA, ANDREA PIZZALIS, CLAUDIA SALVATORE, GIUSEPPE SARTORI, SIMON WALDVOGEL.

Autori o no, ci hanno messo con impegno e professionalità corpo, cuore e testa e siamo sicuri che, oltre alle paghe modestissime e ai complimenti di rito, non hanno ricevuto gli onori mediatici che gli spettano.

Ma veniamo allo spettacolo. IMITATION OF DEATH è fatto quasi interamente con il materiale elaborato durante lunghe e ripetute sessioni laboratoriali: tema eros/thanatos; ispirazione: Chuck Palaniuk. Ricci/Forte hanno poi selezionato, montato, assemblato il materiale prodotto dagli attori, compiendo delle scelte ora felici ora meno ma generalmente realizzando una messa in scena che contiene spunti visivi interessanti e che tiene una buona tensione dall’inizio alla fine.

Ma ripetiamo. Se non fosse per le creatività, le identità esposte degli attori, la loro fatica (e va comunque riconosciuto a Ricci/Forte il merito di lavorare in questa direzione) lo spettacolo sarebbe poca cosa.

Raramente IMITATION OF DEATH va oltre il montaggio di esercizi tipicamente laboratoriali, tant’è che, a tratti lo spettacolo sembra essere un kindergarden dove dei giovani danno sfogo a tutta la loro voglia di esistere, gli attori la loro voglia di lavorare, piuttosto che essere l’ennesima messa in scena di uno dei gruppi di ricerca più conclamati del panorama teatrale italiano.

Niente eros, niente thanatos, niente Palaniuk. Solo movimento e energia spesa a piene mani all’interno di cornici sufficientemente accattivanti. Ricci/Forte hanno buon gusto, si sa.

Ma, più di una volta, quello che abbiamo di fronte, ci sembra gratuito, inautentico e compiaciuto e l’intenzione degli autori/registi ci sembra quella di voler colpire ,a tutti i costi, pubblico e critica piuttosto che indagare qualcosa.

(E Ricci/Forte colpiscono, sono molto bravi in questo, sono furbi e intelligenti, e conoscono benissimo gli stratagemmi dello shock e del voyeurismo, padroneggiano a findo tutti i codici dei romanzetti di appendice e del pattume vario che intasa la nostra televisione. Il teatro, infatti, era stracolmo).

Ma lo spettatore smaliziato (sempre lui, ahimé), che ha l’ardire di pretendere qualcosa di più e che già visto molte volte corpi nudi che si sbattono nella terra insidiosa al confine tra pop e archetipicità, viene turbato e disturbato da questa gratuità e da tutta l’enfasi dissennatamente posta nella ricerca di una presunta verità scenica ed emozionale.

Emblematiche sono le tirate al microfono dove gli attori cercano di spremere fuori un’emotività viva e presente e dolente e commovente senza però riuscire a sortire nessun effetto. Nessuno. Se non un leggero imbarazzo misto a compatimento che lo spettatore smaliziato prova sempre quando sta di fronte a chi si sforza tanto, convinto di farcela e prendendosi tremendamente sul serio, ma alla fine non ottiene niente.

Ricci/Forte ottengono esattamente l’opposto di quello che credono di ottenere. Il loro lavoro si traduce nella falsità più totale, nell’ipocrisia più patetica e banale, nell’ingenua parodia involontaria di qualsiasi tentativo di indagare e conoscere qualsivoglia tema o individuo. Un operazione degna delle migliori trasmissioni del duo Costanzo/De Filippi.

Se poi a questo si aggiunge la sostanziale superficialità nel trattare le presunte tematiche guida, il solito fastidio che proviamo quando dal palco puntano il dito contro il pubblico per fare la lezione (BASTA… abbiamo capito che siamo tutti stupidi e tutti morti e tutti infelici e uomini di merda… vi ringraziamo perché ce lo ricordate sempre. Grazie, veramente. Ma che dite… non sarà ora di andare avanti? Artisti teatrali italiani di ricerca e non. Cari ventenni, trentenni, ultraquarantenni… Che dite? Ci lasciamo alle spalle questo ribellismo visionario alla Jim Morrison?), e poi il fastiodoso ritornare di un marchio di fabbrica Ricci/Forte (già siamo alla maniera) che ogni tanto spunta gratuitamente sul palco (tacchi, maschere varie, scritte sul corpo, neon… però non c’era lo scotch, questo va detto), fatte queste considerazioni lo spettatore smaliziato non può che sentire l’impulso irrefrenabile di lasciare la platea, abbandonare il teatro, lasciare la città e il paese.

Comunque rimaniamo seduti fino alla fine. Perché, ripetiamo, più o meno volontariamente, più o meno consapevolmente, qualcosa davanti ai nostri occhi c’è, qualcosa succede. C’è del lavoro e se Ricci/Forte avessero vent’anni e se questo fosse il loro primo spettacolo…

gussaysdontdothat!

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