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Archivio mensile:novembre 2012

ImmagineUna ragazza (SILVIA GALLERANO), seduta su uno sgabello gigante, completamente nuda e con un microfono in mano, accoglie il pubblico del Valle. Quando tutti hanno preso posto (sul palco, a pochi metri dall’attrice), le luci lentamente si abbassano. Qualche colpo di tosse, il solito ritardatario che aspetta l’ultimo istante per entrare e via. Parte il monologo.

La ragazza comincia a raccontarci episodi della sua vita di giovane donna del giorno d’oggi (senza più famiglia, radici, valori di riferimento, con problemi identitari, sull’aspetto fisico, l’ansia costante di dovercela fare ma senza capire bene che cosa e perché etc…). La cornice entro cui parla, il pretesto drammaturgico
che è anche la metafora dentro la quale racconta di sé, è un provino che ha appena fatto (quindi la ragazza fa di professione l’attrice) per uno spot pubblicitario che deve celebrare il 150° dell’unità d’Italia.
Provino di cui ancora non si conosce l’esito ma che mette in moto tutta una serie di riflessioni sul paradosso dell’essere, oggi, donna (e uomo) in occidente (l’Italia alla fine c’entra poco).

Tutto molto semplice, di facile lettura e facile fruizione. Un monologo classico, nella piena tradizione del teatro di parola, italiano ed europeo (prima e dopo Krapp, i modelli sono infiniti).
E stando ai lanci pubblicitari e ai rumors che hanno accompagnato l’arrivo di questo spettacolo in Italia, questo non può che sorprenderci.

Ma procediamo con ordine.

Proviamo a immaginare come è andata.
Una brava attrice, diplomata in una scuola di teatro, con qualche anno di esperienza alle spalle, decide di mettere in scena il monologo di un giovane autore di talento (CRISTIAN CERESOLI) che ha scritto un buon pezzo di teatro. Il testo non è particolarmente geniale né innovativo ma è scritto bene e, soprattutto, è vivo, vero, dice cose vere, che emozionano anche, e lo fa in modo interessante (la solita metafora del provino è mangiata, digerita e visceralizzata bene). E poi “le battute stanno bene in bocca”, dice l’attrice. Quindi vale proprio la pena di mettersi insieme e di fare una messa in scena. E i ragazzi lo fanno. Si autoproducono e realizzano un buon spettacolo. Debuttano e, fortuna loro, hanno anche successo. Vincono dei premi…. Più o meno, deve essere andata così. Bene. Tutto very normal. Or how it should be. Perché anche se adesso ci sembra eccezionale, nella storia del nostro teatro cose del genere sono successe molte volte (e continuano a succedere ma la malagestione dei meccanismi dei premi e dei festival ha ormai esacerbato i contenuti).

Anche la messa in scena è molto “classica”. A parte la nudità che, pur essendo ormai sdoganata dappertutto, fa sempre teatro di ricerca. E a parte il mettere gli spettatori sul palco,
(50 posti) per garantire l’attenzione che un prodotto di delicata fattura sperimentale come questo richiede (oltre che garantire un facile SOLD OUT tutte le sere).

Siamo ironici, ovviamente.
Lo spettacolo è di buona fattura ma, grazie a dio, non ha niente della ricerca a cui siamo purtroppo abituati: niente scotch, niente scritte, nessun dito puntato sul pubblico.

In LA MERDA un attrice fa un personaggio (che è un’attrice a sua volta, siamo
nel campo pericolosissimo del metateatro, ma si parla di identità e, come sappiamo, le questioni identitarie sono, da un po’ di tempo a questa parte, il tema prediletto del teatro, meta e non),
un personaggio caratterizzato in modo chiaro, vocalmente e fisicamente racconta al pubblico la sua storia. Il racconto è diviso in quattro sezioni divise da buio-luce, ogni sezione finisce con un
climax di ritmo e di senso, c’è un bel finale, luci a piombo, scenografia essenziale e simbolica ma spazio per lo più vuoto… Niente di più. E’ una ricetta molto conosciuta. Questi sono gli spaghetti al pomodoro della una buona cucina teatrale.

LA MERDA, a parte i mal riusciti tentativi provocatori degli autori, è un pezzo di teatro di una disarmante classicità. E il fatto che la classicità sia diventata fringe-off-experimental fa pensare molto. Come fa pensare molto il fatto che lo spettacolo sia vissuto dal pubblico italiano come una specie di apparizione divina delle muse delle arti istrioniche. E’ solo teatro che vi parla, questo. Nessuna musa, è solo teatro che ha qualcosa da dirvi. Non siete più abituati ma una volta era così. Ed è così che dovrebbe essere. Sempre.

L’alternarsi di tradizione/avanguardia è fenomeno connaturato a qualsiasi linguaggio artistico. Ma che un pezzo di puro teatro di prosa, venga premiato come l’eccellenza della produzione europea di ricerca,
in un prestigioso festival come Edimburgo, può significare solamente una cosa: che ci siamo drasticamente rotti le palle di parlarci solo tra di noi e basta. Che non se ne può di neon e di scotch, di scritte sui corpi, per terra, sulla plastica, in faccia agli spettatori, non se ne può più del dirla monotona e anaffettiva, delle contaminazioni con la danza, il circo, il video, la musica, la televisione, le arti visive, il calcio, le arti marziale, delle residenze creative, degli aperitivi dei festival dove ci si conosce tutti… BASTA!

Quello che adesso è veramente rivoluzionario e off è fare teatro di questo tipo e basta. Raccontare una storia (orrore!), una storia che è metafora di una qualche verità che prima di andare a teatro non conoscevamo. E basta. Tutto molto semplice. Testo, attori, regista, palco, pubblico… Very easy, darling.

E ci sentiamo di dire, al di là del gusto personale e della sacrosanta libertà in questa nostra democrazia artistica dove ognuno deve poter fare quello che gli pare (ma che democrazia è questa?)
che proprio da qui dobbiamo ricominciare. Da questa chiarezza. Pretty basic. Elementare. Dobbiamo farlo per noi ma soprattutto per il pubblico perché adesso abbiamo più che mai bisogno
di riorganizzare i pensieri confusi che non possiamo che fare, in questo mondo di merda. Abbiamo bisogno di questo e non di sentirci dire che facciamo cacare, che siamo morti, che siamo degli assassini etc…

Dobbiamo invertire le percentuali. L’alternanza tra classico e avanguardia è un processo sano, vitale. Dobbiamo assecondarlo. Ci sentiamo di dire che ne va della sopravvivenza della nostra arte.

Purtroppo da alcuni indizi, siamo sicuri che gli autori non si rendano bene conto di quello che hanno fatto (guardiamo con terrore al decalogo con tanto di cancelletto che promettono e già immaginiamo il classico corollario dell’artista di ricerca italiano, fatto di studi e laboratori e metodi e interviste a Dro). Ma ci permettiamo di dirvi una cosa: va bene il caso mediatico, la pubblicazione,
il progetto con la sorella di Alba Rohrwacher, va bene tutto ma siete molto diversi da quello che pensate di essere. Siete meravigliosamente classic and normal. Fate meno laboratori e su twitter al massimo 10 minuti al giorno. E continuate semplicemente a lavorare.

gussaysdontdothat!

La mediocrità truffaldina imperante nella società contemporanea (e sui palcoscenici italiani) è cosa nota a tutti. E di fronte a questa cruda e dolorosa realtà, quanti di noi non si sono rifugiati nel sogno? Nell’irrealtà?

Iniziamo questo articolo facendo la stessa cosa: i cinquantenni RICCI/FORTE hanno vent’anni e IMITATION OF DEATH è il loro primo spettacolo.

No. Non regge. Ci fermiamo subito. Purtroppo non è così. NOn può essere così. Le conosciamo tutti le sue risorse inaspettate della realtà. Sappiamo tutti come alla fine riesce sempre a vincere la partita.

A meno che, come molti dicono, non si vogliano considerare gli attori di IMITATION OF DEATH i veri autori dello spettacolo, attori che sono più che ventenni ma che nella loro totale e commovente abnegazione e dedizione alla causa, sono quasi entusiasti adolescenti al seguito di questi due pifferai magici del teatro di ricerca italiano. Potrebbe essere. Ma no. Non ci convince. Questa è una mezza verità.

Comunque, indipendentemente da discorsi anagrafici, li nominiamo tutti gli attori, uno per uno e sono tanti. Ma ci teniamo a farlo (per quello che può valere), perché indubbiamente loro la parte migliore di questo spettacolo: CINZIA BRUGNOLA, MICHELA BRUNI, BARBARA CARIDI, CHIARA CASALI, RAMONA GENNA, FABIO GOMIERO, BLANCHE KONRAD, LILIANA LAERA, PIERSTEM LEIROM, PIERRE LUCAT, MATTIA MELE, SILVIA PIETTA, ANDREA PIZZALIS, CLAUDIA SALVATORE, GIUSEPPE SARTORI, SIMON WALDVOGEL.

Autori o no, ci hanno messo con impegno e professionalità corpo, cuore e testa e siamo sicuri che, oltre alle paghe modestissime e ai complimenti di rito, non hanno ricevuto gli onori mediatici che gli spettano.

Ma veniamo allo spettacolo. IMITATION OF DEATH è fatto quasi interamente con il materiale elaborato durante lunghe e ripetute sessioni laboratoriali: tema eros/thanatos; ispirazione: Chuck Palaniuk. Ricci/Forte hanno poi selezionato, montato, assemblato il materiale prodotto dagli attori, compiendo delle scelte ora felici ora meno ma generalmente realizzando una messa in scena che contiene spunti visivi interessanti e che tiene una buona tensione dall’inizio alla fine.

Ma ripetiamo. Se non fosse per le creatività, le identità esposte degli attori, la loro fatica (e va comunque riconosciuto a Ricci/Forte il merito di lavorare in questa direzione) lo spettacolo sarebbe poca cosa.

Raramente IMITATION OF DEATH va oltre il montaggio di esercizi tipicamente laboratoriali, tant’è che, a tratti lo spettacolo sembra essere un kindergarden dove dei giovani danno sfogo a tutta la loro voglia di esistere, gli attori la loro voglia di lavorare, piuttosto che essere l’ennesima messa in scena di uno dei gruppi di ricerca più conclamati del panorama teatrale italiano.

Niente eros, niente thanatos, niente Palaniuk. Solo movimento e energia spesa a piene mani all’interno di cornici sufficientemente accattivanti. Ricci/Forte hanno buon gusto, si sa.

Ma, più di una volta, quello che abbiamo di fronte, ci sembra gratuito, inautentico e compiaciuto e l’intenzione degli autori/registi ci sembra quella di voler colpire ,a tutti i costi, pubblico e critica piuttosto che indagare qualcosa.

(E Ricci/Forte colpiscono, sono molto bravi in questo, sono furbi e intelligenti, e conoscono benissimo gli stratagemmi dello shock e del voyeurismo, padroneggiano a findo tutti i codici dei romanzetti di appendice e del pattume vario che intasa la nostra televisione. Il teatro, infatti, era stracolmo).

Ma lo spettatore smaliziato (sempre lui, ahimé), che ha l’ardire di pretendere qualcosa di più e che già visto molte volte corpi nudi che si sbattono nella terra insidiosa al confine tra pop e archetipicità, viene turbato e disturbato da questa gratuità e da tutta l’enfasi dissennatamente posta nella ricerca di una presunta verità scenica ed emozionale.

Emblematiche sono le tirate al microfono dove gli attori cercano di spremere fuori un’emotività viva e presente e dolente e commovente senza però riuscire a sortire nessun effetto. Nessuno. Se non un leggero imbarazzo misto a compatimento che lo spettatore smaliziato prova sempre quando sta di fronte a chi si sforza tanto, convinto di farcela e prendendosi tremendamente sul serio, ma alla fine non ottiene niente.

Ricci/Forte ottengono esattamente l’opposto di quello che credono di ottenere. Il loro lavoro si traduce nella falsità più totale, nell’ipocrisia più patetica e banale, nell’ingenua parodia involontaria di qualsiasi tentativo di indagare e conoscere qualsivoglia tema o individuo. Un operazione degna delle migliori trasmissioni del duo Costanzo/De Filippi.

Se poi a questo si aggiunge la sostanziale superficialità nel trattare le presunte tematiche guida, il solito fastidio che proviamo quando dal palco puntano il dito contro il pubblico per fare la lezione (BASTA… abbiamo capito che siamo tutti stupidi e tutti morti e tutti infelici e uomini di merda… vi ringraziamo perché ce lo ricordate sempre. Grazie, veramente. Ma che dite… non sarà ora di andare avanti? Artisti teatrali italiani di ricerca e non. Cari ventenni, trentenni, ultraquarantenni… Che dite? Ci lasciamo alle spalle questo ribellismo visionario alla Jim Morrison?), e poi il fastiodoso ritornare di un marchio di fabbrica Ricci/Forte (già siamo alla maniera) che ogni tanto spunta gratuitamente sul palco (tacchi, maschere varie, scritte sul corpo, neon… però non c’era lo scotch, questo va detto), fatte queste considerazioni lo spettatore smaliziato non può che sentire l’impulso irrefrenabile di lasciare la platea, abbandonare il teatro, lasciare la città e il paese.

Comunque rimaniamo seduti fino alla fine. Perché, ripetiamo, più o meno volontariamente, più o meno consapevolmente, qualcosa davanti ai nostri occhi c’è, qualcosa succede. C’è del lavoro e se Ricci/Forte avessero vent’anni e se questo fosse il loro primo spettacolo…

gussaysdontdothat!