GIU’ di Scimone/Sframeli

Una stanza da bagno. Lavandino e specchio sulla destra, una piccola finestra sulla sinistra, al centro un’enorme tazza da cesso. Un uomo (papà SPIRO SCIMONE) si fa la barba. All’improvviso si sente chiamare da una voce  familiare. Cerca di capire da dove lo stanno chiamando, si guarda intorno finché il figlio (FRANSCESCO SFRAMELI) spunta dal water. Il papà è sorpreso, fa per parlare ma il figlio taglia corto e lo ringrazia, comunicandogli di aver finalmente trovato un posto dove stare. E’ addirittura al colmo della gioia perché ha preso la decisione di non muoversi più da lì. Dice che non si sta per niente male e che sotto di lui, giù, ci sono molto altre persone che si danno da fare. La situazione non è delle migliori ma con buona volontà… L’unico problema è l’aria, si respira a fatica, ogni tanto si è costretti a uscire fuori per respirare un po’. E proprio a prendere una boccata di aria, chiamati dal figlio, emergono dal water anche un prete (GIANLUCA CESANO) e il suo sacrestano (SALVATORE ARENA) che gomito a gomito si affacciano dal water. Il papà è al colmo della sorpresa ma spinto da un dovere/abitudine che va oltre sé stesso e la situazione, riprende a farsi la barba mentre il figlio, il prete e il sacrestano iniziano a raccontare della vita che fanno giù e della vita che facevano prima di scendere. Questo l’inizio dello spettacolo. I toni sono divertenti, il paradosso funziona, ironia e sarcasmo sono ben concertati.

Ma dopo una ventina di minuti (forse meno) lo spettatore smaliziato inizia a muoversi sulla poltrona, tossisce, si gratta. Poco dopo l’inizio abbiamo già capito tutto. E’ troppo evidente dove si vuole andare a parare. Potremmo tranquillamente alzarci e uscire dalla sala. FINE.

Inzio dell’evento spettacolare che coincide con la fine. Fa pensare. E sarebbe un gesto forte da parte dello spettatore smaliziato l’alzarsi e uscire dalla platea, un gesto che trasuderebbe implicazioni filosofiche notevoli. Affermare con forza la propria libertà rifiutandosi di prendere parte all’ennesimo rito di COPROFAGIA TEATRALE, che è quello che lo spettacolo diventa dopo. Sarebbe sicuramente un bel gesto di questi tempi di pandemica dissenteria.

Giù alla fine è poca cosa. Genere teatro dell’assurdo (su cliché beckettiano) con contenuti politico-sociali (rapporto padre-figlio su sfondo crisi economica, la chiesa secolarizzata e corrotta con tanto di pedofilia, generale disfacimento sociale con l’aggravante dell’omertà). Ma tutto è piuttosto stantio (nonostante la bravura degli attori e la buona fattura della confezione) e didascalico. E il presunto impegno di cui si fa portatrice la compagnia Scimone/Sframeli risulta, alla fine, mortalmente depotenziato da superficialità e qualunquismo.

Quello che ci sorprende per l’ennesima volta, è la bassissima considerazione che molti uomini di teatro hanno del pubblico, della loro intelligenza e della loro sensibilità (e non parliamo solo degli addetti al settore che sono comunque il 95% del pubblico teatrale contemporaneo).

Cari artisti, pensate veramente che gli spettatori siano dei deficienti? Che abbiano bisogno di spettacoli con didascalie e sottotitoli (anche se sono in italiano seppur con inflessioni dialettali come in questo caso)? Didascalie che addirittura fuoriescono dal testo e contaminano anche la scena (il water gigante)? Banalizzano i ruoli (il poeta Ugo, il prete compiacente, il sacrestano abusato)? Sviliscono ogni argomento?

La tipizzazione in funzione comica e la riconoscibilità dei segni è un tratto caratteristico del teatro dell’assurdo. Condividiamo. Ma nel caso di Giù, cosa c’è dietro questo meccanismo (che ripetiamo funziona bene) se non il solito artista-maestrino che punta il dito e ci dice (distratto e annoiato e un po’ infastidito dalla generale stupidità), con argomenti banali e abusati, triti e ritriti fino a perdere realtà e ogni parvenza di concretezza, come funziona il mondo e come dovremmo comportarci? Che c’è oltre questo a destra, sinistra, sotto, sopra a Giù di Scimone/Sframeli?

Facciamo un appello.

Cari spettatori smaliziati e non, da oggi in poi schieratevi contro la coprofagia teatrale. Non rendetevi partecipi di questo atto terribile ma tanto diffuso. Non contribuite anche voi alla contaminazione generalizzata dei nostri apparati digerenti. Tiriamo tutti insieme lo sciaquone sull’ennesimo spettacolo mediocre. Ma facciamolo con tutti gli altri. Abbandoniamo le sale. Aiutiamo il teatro a svuotarsi le viscere, ormai intasate da anni da tali grandi artisti.

gussaysdontdothat!

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